di Ettore Arcangeli

Non ho letto il libro di Stephen King. Lo ammetto. Può succedere. Quindi coloro i quali si sentono superiori alla plebe solo per aver conosciuto la storia direttamente dalla penna dello scrittore possono anche interrompere qui la loro lettura, perché avranno solo che da criticare. Per i meno talebani spero invece che le mie idee e le mie riflessioni su questa nuova trasposizione del celebre romanzo –IT, per i meno attenti- possano essere comunque interessanti.

Eviterò ovviamente paragoni con l’opera letteraria.

IT-Pennywise_2017

Voglio partire facendo i complimenti al cast. Avendo visto il film in lingua originale ho potuto apprezzare a fondo le capacità dei giovani attori che stupiscono per la loro tenuta scenica e credibilità. Oltre che col cast, c’è da complimentarsi anche con la regia che ha prodotto scene di grande cinema: costruite bene e belle da vedere (la scena in cui Pennywise trascina il piccolo Georgie nelle fogne è un piccolo capolavoro).

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Siamo a Derry, piccola cittadina del Maine, alla fine degli anni 80, dove il tasso di sparizioni è tremendamente più alto della media nazionale. L’ambiente è tossico. Genitori ultra-protettivi, rabbiosi, e violenti, si accompagnano a bulli che non si fanno remore a seviziare, letteralmente, i bambini più paffuti. In questo contesto dei ragazzini alla soglia della pubertà, con tutti gli squilibri ormonali che porta, possono solo soffrire. Anche perché a tredici anni persino il più piccolo dei problemi sembra insormontabile e alimenta un terrore pervadente. I protagonisti del film si trovano infatti a dover affrontare le proprie paure, da quelle più banali a quelle più angoscianti. Ma per un ragazzino anche un quadro deforme può essere causa di incubi continui.

it pennywise

Ciò che mi ha affascinato del film è proprio il tema della paura, e il percorso che i giovani protagonisti fanno per superarla. Pennywise, il pagliaccio ballerino, infatti, prende la forma (so che non è propriamente corretto dire così, ma qui si entrerebbe nel campo più ampio e complesso dell’analisi di tutto il romanzo di King) delle paure che trova lungo il suo cammino. Modifica la realtà e costringe le sue vittime a raccogliere il proprio coraggio per ribellarsi e divincolarsi dalla morsa del terrore in cui le fa piombare.

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Le paure vengono magistralmente rappresentate durante il film e si riesce a percepire dal pubblico quella sensazione di malessere che provano i protagonisti. Tra le più significative quella di Bill, ancora turbato dalla scomparsa del fratellino Georgie, e quella di Beverly, l’unica ragazza tra i protagonisti. Bev è infatti alle prese, oltre che con gli abusi del padre, con il suo primo ciclo mestruale. Un cambiamento così significativo nel suo corpo e nella sua vita che genera ansia e paura, e che viene sublimato in una scena altamente evocativa. Dal lavandino del bagno della ragazza inizia a fuoriuscire violentemente del sangue, mentre sempre dalle tubature giungono le voci dei ragazzi scomparsi (cioè vittime di Pennywise). La stanza si impregna totalmente di sangue e Beverly è terrorizzata, e immobile si accovaccia per terra. Il padre accorre, ma quando entra non vede il sangue. Non riesce a cogliere il disagio della figlia, forse anche perché ne è la causa, e la lascia lì in terra, senza fare nulla.

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Un’altra scena significativa si ha quando il pagliaccio è affrontato da tutto il gruppo per la prima volta insieme. Lì si coglie l’importanza dell’amicizia e del reciproco supporto per riuscire a superare le proprie paure e le difficoltà che si incontrano lungo il cammino. È un significato che si ritrova anche nello scontro finale.

In attesa del Capitolo II non posso che ritenermi soddisfatto di questa prima parte che ha proposto un buon cinema. Non un banale film horror, ma molto di più. Un film complesso e interessante, capace di ispirare riflessioni e interrogativi sulle proprie paure e sulla propria capacità di affrontarle.

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