di Lorenzo Borzuola

E arriviamo così a quello che forse è il più internazionale dei cinque attori francesi che questa rassegna ha voluto onorare, puntualizzando soprattutto il loro immenso impegno nel nostro cinema, che tanto lustro ha avuto anche grazie a personaggi del calibro di Noiret, Piccoli, Leroy o Trintignant. Ma forse quello che più si è sporcato le mani con grandi e piccoli ruoli, in Italia, in Francia, Stati Uniti, Inghilterra, insomma ovunque ci fosse stata una parte per lui, è sicuramente Gerard Depardieu.

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Amato e rispettato grande attore dalla fisicità possente; un ercole affascinante e biondo all’inizio di carriera, poi un obeso e di buona bottiglia anziano capace comunque di reggere un ruolo, di cambiare espressione, di fare del suo corpo e della sua faccia dai tratti marcati il protagonista principale. Dall’incredibile capacità, soprattutto, di non sembrare mai quello che è veramente; un attore dalle mille nazionalità che interpreta con slancio in ogni suo film. In quelli italiani ha lasciato delle parti rimaste famosissime, sebbene non si sia fermato nella penisola solo per fare cinema: voi avete capito di cosa parlo.

Актер Жерар Депардье посетил Саранск

Nato il 27 dicembre 1948 a Châteauroux, una piccola città della Loira, Depardieu deve il suo ingresso nel cinema alla vita sregolata, in piena povertà, avvenuta prima degli anni settanta; da qui deriva quell’animo da rozzo bontempone e combina guai che comunque non l’ha mai lasciato, procurandogli problemi anche pochi anni fa, quando “Le Figaro” aveva annunciato la sua morte dopo la decisione dell’attore di diventare cittadino russo e levarsi dai piedi i problemi finanziari e politici che lo attendevano in Francia, e un po’ in tutta Europa. Tuttavia è il suo eclettismo e la quasi innata e perfezionistica recitazione che ne fece presto uno degli attori francesi più amati e ricercati in Europa e fuori. Un fisico rurale, non scolpito ma robusto e marmoreo, un naso pronunciato e allo stesso tempo schiacciato un po’ e a patata; sono solo alcuni aspetti che ne fecero un attore apprezzato. Il più importante è senza dubbio una certa dose di energica e instancabile attorialità. Si fa le ossa in patria prima che l’Italia lo accolga a braccia aperte; prima con Marco Ferreri, noto fruitore dell’attore francese, e poi con un ancor giovane Bernardo Bertolucci, con il quale diede vita al personaggio di Dalcò Olmo, al fianco di Robert De Niro. “Novecento” è un enorme affresco di vita rurale e politica italiana che va dal novecento fino alla sua metà, passando per le lotte sindacali, lo sciopero, il biennio rosso, i fasci e la dittatura e la liberazione. Tutto questo, nella terra natale del regista, l’alta Romagna, dove s’interseca la profonda e travagliata amicizia fra Olmo e Alfredo, rispettivamente contadino figlio di contadini e padrone figlio dei padroni. Strano a dirsi, ma la bravura del giovane De Niro è quasi oscurata da quella più spassionata del collega francese, che si trasforma in un veritiero uomo della terra prima, norcino dopo e in fine comunista. In questo film, e in quello successivo, diretto da Ferreri, “Ciao maschio”, in coppia con Mastroianni, Depardieu si mostra completamente nudo destando subito scalpore tra la critica più severa, ma un profondo e contenuto erotismo nel pubblico femminile.

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In seguito, collabora svariate volte con Truffaut, Bertrand Blier, Alain Resnais, Andrzej Wajda, in opere divenute intramontabili come “Lo zio d’America”, “Danton” o “L’ultimo metrò”. Inizia poi a essere chiamato anche in produzioni statunitensi o britanniche, come “1492 – La conquista del paradiso” di Ridley Scott, “Green Card” di Peter Weir o nel rifacimento dell’opera di Shakespeare “Hamlet”, diretta da Kenneth Branagh. Continua così per svariate altre pellicole di grande o piccola importanza. Lo si ricorda per il ruolo del grasso Obelix nella serie di film dedicata ai fumetti di René Goscinny e Albert Uderzo, o per quello di Porthos nel film “La maschera di ferro” accanto a Leonardo di Caprio, Jeremy Irons e John Malkovich. Una piccola parte, anche se molto intensa e crudele, nel film di Ang Lee “Vita di Pi”, dove interpreta il cuoco francese.

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In Italia, molti hanno usufruito della sua faccia. Partendo da Ferreri e Bertolucci, Depardieu ha avuto la possibilità di rientrare anche in quella che ancora era considerata la commedia all’italiana, e non solo. Comencini lo chiamò per “L’ingorgo”, Monicelli nel sentimentale “Temporale Rosy”, nel film “Concorrenza Sleale” di Ettore Scola. Tuttavia, uno dei ruoli più suggestivi è quello di Onoff nel noir “Una pura formalità”, diretto da Giuseppe Tornatore. In questo frangente il cinema del regista siciliano ha una trasformazione sostanziale, passando dagli ampi spazi e dai racconti più esterni a un sublime cinema da camera. Depardieu è questa volta uno scrittore di fama mondiale ritrovato dalla polizia di una sperduta e indefinita località montuosa sotto una pioggia scrosciante. Accompagnato in caserma, sospettosi, gli strani agenti attendono gli ordini del commissario che arriva e decide di interrogarlo. La trama è al quanto travagliata, fatta d’indizi continui ed elementi che sfuggono in un primo momento, fino ad arrivare al colpo di scena finale. “Una pura formalità” è un’opera diversa di Tornatore ma al quanto interessante, che mette a confronto, oltre a tematiche, e forme diverse di girare, due personaggi al quanto stravaganti da vedere insieme; Depardieu e Roman Polanski nella parte del commissario, che sguazza sicuro quando si tratta di mistero. È consigliata assolutamente la visione di questo film, da molti considerato come un vero capolavoro.

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Arrivati a questo punto si può dire con facilità che Gerard Depardieu è un attore che in più di quarant’anni di carriera ha girato e interpretato di tutto, senza pensarci troppo. Non amo la gente che critica ferocemente questo magistrale attore solo perché fa la pubblicità della passata di pomodoro o perché scappa in Russia, dove è stato accolto a braccia aperte dal presidente Vladimir Putin, a causa di problemi con il fisco e con il governo francese. Anche lui ha le sue pecche; ma se in ambito sociale può essere considerato come un ubriacone, un megalomane, violento, un classico furbastro, quando si tratta di cinema, non si può non chinare la testa dinanzi a lui. Per uno che non ha mai avuto problemi a girare qualsiasi cosa, anche cose di scarsissima qualità a volte, non bisogna criticarlo; è in questi frangenti che un attore si può definire tale, quando il suo volto resta nel gioco, quando gioca la sua faccia senza paura di sporcarla un po’. Non è anche per questo che serve un attore?

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