di Lorenzo Cavallo

‘’Nun c’a faccio cchiù, vulesse ì luntano, vulesse murì

Ma l’ammore mio ‘o lassasse sulo, e sulo pe’ chesto nun me ne pozzo ì’’

Da 17 al 28 ottobre è andato in scena al Piccolo Bellini di Napoli lo spettacolo ‘’L’ammore nun’è ammore’’ dove Lino Musella, accompagnato musicalmente da Marco Vidino, ha interpretato 30 sonetti di Shakespeare ‘’traditi e tradotti’’ in napoletano da Dario Jacobelli.

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Se la poesia della lingua napoletana è un canto, questo spettacolo si è dimostrato una danza capace di volteggiare seguendo il ritmo profondo dell’intonazione shakespeariana.

Un inno al teatro con la ‘’T‘’ maiuscola, dove studio e ricerca diventano il campo di lavoro esistenziale di un sodalizio tra spettatori e teatranti. Un inno, quindi, al potere della metamorfosi, che trasforma le strutture narrative in forme cangianti, dove lo spettacolo porta alle sue estreme conseguenze la natura camaleontica e trasformista del lavoro attoriale, così da tramutare il teatro in meta-teatro e l’attore in meta-attore.

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Ma anche una metempsicosi tra epoche ottenuta attraverso questi versi trasmigranti, i quali, forti dell’immortale nucleo potenziale donatogli dal Bardo, nello specifico migrano dall’inglese al napoletano, ma che sono in grado d’incarnarsi ora qua ora là, in forme, corpi e linguaggi sempre diversi, sondando limiti, varcando soglie, ponendo domande.

Insomma Lino Musella (che, ricordiamo, ha lavorato con registi del calibro di Mario Martone, Andrea De Rosa e Carlo Cerciello) con la malia della sua voce e la potenza della sua presenza scenica, nei panni di un cantastorie itinerante, mostra chiaramente di non essere soltanto uno dei tanti abitanti dell’universo mitologico di Gomorra, che, da un po’ di tempo a questa parte, ha stravolto le dinamiche culturali e professionali del teatro napoletano.

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Musella, infatti, riscopre il potere rivoluzionario del teatro riappropriandosi dello spazio e del tempo teatrale in una danza che cerca nuovi orizzonti per il teatro, nel teatro e attraverso il teatro (così che ‘’The worth of that is that which it contains, / And that is this, and this with thee remains‘’ si trasforma in  ‘’Nun songo ‘o cuorpo, ma chello ca ‘ncuorpo nun se vede e ce sta /  Ij songo ‘sta poesia e l’annema mia co ‘sta poesia te restarrà‘’).

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In una nota di regia l’attore napoletano racconta che Jacobelli (scomparso prematuramente nel 2013) lavorando alla traduzione in napoletano dei sonetti di Shakespeare “lo faceva per sé, per riuscire ad ascoltare fino in fondo quello che Shakespeare aveva da dirgli“.

Ora, grazie al lavoro attoriale di Lino Musella, anche noi possiamo ascoltare fino in fondo – sotto una luce squisitamente nuova – ciò che Shakespeare aveva da dirci.

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