di Lorenzo Cavallo

Dal 12 settembre è andata in onda su Sky Atlantic la prima stagione della serie tv britannica ‘’Tin Star’’, creata da Rowan Joffé e  con protagonista il grande attore inglese Tim Roth che, dopo aver lavorato nel cinema con cineasti del calibro di Tarantino e Tornatore, aveva già calcato il mondo della televisione vestendo i panni del protagonista già nella serie tv ‘’Lie to me’’.

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In questa nuova avventura però, l’attore inglese ha dovuto affrontare un ruolo molto più ambiguo del Dott. Cal Lightman di ‘’Lie to me’’, esperto di linguaggio del corpo al servizio dell’FBI. No, stavolta Roth ha interpretato il poliziotto inglese Jim Worth che si trasferisce con la famiglia in un paesino sperduto del Canada, dove, oramai uscito dal tunnel dell’alcool – frequenta gli alcolisti anonimi ed è sobrio da due anni – sembra condurre una vita apparentemente serena in un posto tranquillo, con la moglie Angela (Genevieve O’Reilly) ed i figli Anna (Abigail Lawrie) di circa diciassette anni e Peter (Rupert Turnbull) di circa cinque anni.

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Ma questo idilliaco scenario viene già sconquassato nella prima puntata, quando un uomo mascherato, nel tentativo fallito di sparare a Jim Worth, ucciderà il piccolo Peter, mandando in pezzi la sua famiglia e trascinando nuovamente l’agente Worth nella spirale dell’alcool (e di tutto ciò che questo comporta). Ed è qui, nella figura di Jack Devlin che Roth ha incontrato la vera difficoltà di questo progetto: nell’alter ego di Jim Worth. Eh sì, perché quando il bravo poliziotto beve si trasforma in un uomo del tutto diverso, quasi diametralmente opposto, per il quale non esiste né legge né famiglia. Assetato di vendetta e delirante dal dolore, è con Jack Devlin che Jim dovrà lottare per tenere insieme la sua famiglia e cercare di proteggerla dai pericoli di quella cittadine rocciosa che sembrano fin troppo connessi con il nuovo stabilimento di raffinazione del petrolio della North Stream Oil (soprattutto dopo la strana morte della Dott.ssa Susan Bouchard, che protestava contro l’inquinamento della compagnia petrolifera).

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Come crime psicologico, ‘’Tin Star’’ spesso sembra debole in alcuni punti (soprattutto nella presentazione di alcuni personaggi che appaiono troppo stilizzati), ma sa catturare benissimo l’attenzione e l’interesse del pubblico, così che dopo la prima puntata vorremo sapere a tutti i costi cosa si nasconde sotto quella che c’era sembrata una spensierata cittadina canadese. E, in effetti, molto di questa trama sembra ricordare la prima stagione di ‘’Twin Peaks’’: una isolata cittadina montanara, un agente venuto da fuori, loschi affari economici, una comunità che non è come sembrava e soprattutto un misterioso omicidio da risolvere. Se pur con esiti e toni completamente diversi, guardando ‘’Tin Star’’ non possiamo non ripensare a ‘’Twin Peaks’’.

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Ciò che più appare interessante nella narrazione è il concetto di metamorfosi: ognuno dei vari personaggi – principali o secondari, nessuno escluso – attraversa nella storia una profonda trasformazione, per cause, percorsi e dinamiche proprie. Seppur a modo suo, ogni attore narrativo sembra essere soggetto alla legge del divenire. Un cambiamento che a volte si presenta nello sguardo dello spettatore il quale scopre sempre più dettagli sulla figura enigmatica di un personaggio; altre volte invece si manifesta nella dimensione cosmologica del personaggio, nel suo più profondo modo di essere, di agire e di percepire la realtà che gli si presenta attorno. Tali metamorfosi narrative e caratterologiche, però, non ci condurranno ad un lieto fine chiarificatore: così che chi ci sembrava strano alla fine apparirà ugualmente strano – se non ancor più bizzarro – ma in modi e per ragioni del tutto diverse.

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Da un lato, quindi, Jim e la sua famiglia, dall’altro Jack e la sua passione per il bere, ed in mezzo i misteri che circondano la North Stream Oil ed il mascherato assassino che abbiamo visto nella prima puntata.

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