di Lorenzo Cavallo

Venerdì 17 novembre sono andate in onda  in prima serata su Sky Atlantic, le prime due puntate della terza stagione della serie tv più attesa del momento: Gomorra. Ed il caso ha voluto che quello della prima  nazionale fosse lo stesso giorno della morte del noto boss mafioso Salvatore Riina. Quale miglior pubblicità, considerando le forti somiglianze tra l’indiscusso padrino di Cosa nostra e quello dell’acclamato show televisivo? In effetti tra le due figure ci sono molte similitudini: entrambi dopo essere stati per anni a capo delle rispettive cosche criminali, tra la latitanza ed il carcere, sono diventati l’emblema di un’epoca.

 

‘’A ‘vita niscun ce la regala, ce l’avimm i a ‘piglià’’ è il mantra che Malamore (Fabio De Caro) recita al funerale del boss Pietro Savastano (Fortunato Cerlino), tra i protagonisti delle prime due stagioni. Un funerale, questo, il cui tono sfarzoso ricorda quello del boss del clan dei Casamonica, Vittorio Casamonica appunto, che qualche anno fa scandalizzò l’opinione pubblica, a causa delle eclatanti manifestazioni di adorazione compiute da una parte considerevole degli abitanti del quartiere nei confronti di un criminale noto, riconosciuto e ‘’rispettato’’.

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Le prime due stagioni della fiction certo non si sono dimostrate allo stesso livello dell’omonimo film del 2008 di Matteo Garrone che, a nostro parere, rappresenta in modo più realistico lo stile di vita e la psicologia di quegli ambienti. Comunque, nel complesso, la serie tv è riuscita – per la durata e lo stile narrativo – a mostrare bene la caduta di un clan nella prima stagione, e l’ascesa di una nuova generazione nella seconda, tentando sempre di ricostruire(con i vari strumenti adoperati) la complessità della vita camorristica analizzata. Complessità che si fonda da un lato sugli imprevisti, nei suoi innumerevoli accordi segreti, nel caos generale, volutamente impiegato per confondere e nascondere ma anche, paradossalmente, nell’ordine, nell’organizzazione e nelle rigide gerarchie conservate con piglio maniacale e violento. Del resto ci sono molte assonanze simboliche tra la struttura camorrista e quella militare. Gli stessi camorristi si auto-rappresentano come soldati in una guerra, e in più di un’occasione abbiamo visto nelle prime due stagioni i protagonisti assaltare palazzi come fossero reparti speciali dell’esercito, con tanto di giubbotto anti-proiettile, passamontagna ed armi d’assalto (tra cui il mitico AK47). La terza stagione quindi sembra avere la potenzialità di accostare un buon mezzo narrativo ad una riflessione più ampia sulle logiche e sulle dinamiche del potere criminale.  Nelle due nuove puntate abbiamo visto Ciro di Marzio (Marco d’Amore) chiudere i conti con il passato prima di sparire – almeno per ora –, ed abbiamo assistito all’ingresso di alcuni nuovi personaggi come O’ Stregone (Carlo Cerciello) e Gègè (Edoardo Sorgente), così come – nella scena finale del primo episodio – abbiamo ritrovato  Azzurra (Ivana Lotito) e Genny Savastano (Salvatore Esposito) – eredi dell’impero dei Savastano – rappresentati come due coniugi Macbeth in cima alla vorticosa piramide del potere. A quanto pare però, il padre di Azzurra, don Giuseppe Avitabile (Gianfranco Gallo), appena uscito di galera, non è per nulla intenzionato a farsi da parte, pronto perfino a scatenare una nuova guerra per lo scettro del potere.

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A livello estetico (in senso squisitamente cinematografico), ciò che più colpisce è l’utilizzo della fotografia del regista Stefano Sollima: un’esplorazione topologica dei luoghi  e degli oggetti , come la statua di un Cristo, un lungo corridoio di un’abitazione o una piazza deserta della periferia di Secondigliano.  L’intento di questo approccio è quello di far sentire tutto il peso di uno sguardo che vede ma che non parla, che sente ma che non sa dire, rivelando i rapporti di culto e di significato di stampo feticista nell’ambito della cultura popolare dell’epoca di Gomorra.  Le inquadrature di Sollima portano l’occhio dello spettatore medio-borghese nel mondo di una realtà spesso ampiamente sconosciuta ed eccessivamente mitizzata. Gomorra è in grado di mostrare cosa accade di notte nella macelleria di un supermercato dove forse andiamo a fare la spesa tutti i giorni; chi s’incontra nel ristorante dove ceniamo spesso; chi gestisce i luoghi che tutti noi frequentiamo e amiamo.

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Ma la cosa davvero interessante è che, col tempo, Gomorra stesso è diventato un oggetto di culto per le fasce di popolazioni rappresentate dalla stessa serie tv – e non solo. Il culto di Gomorra ha conquistato un pubblico estremamente vasto ed ora ci domandiamo quali siano le implicazioni dell’affezionarsi all’epica camorrista (argomento trattato, seppur in modo scherzoso, dai The Jackal con la serie di video ‘’Gli effetti di Gomorra sulla gente’’).

Perché quando poi spegniamo la televisione, ci capita, magari leggendo un giornale, di ricordare l’evento di quale settimana fa, quando Roberto Spada, ambigua figura della malavita organizzata di Ostia, ha aggredito con una testata il giornalista Daniele Piervicenzi davanti alle telecamere, dimostrando chiaramente la strafottenza raggiunta dal suo mondo verso le autorità e le istituzioni democratiche. Un fatto reale questo, ma non meno spettacolare di una fiction.

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In genere l’analisi del prodotto Gomorra finisce sempre per innescare una discussione sulla questione Saviano, di cui ormai si tratta da anni: lo stesso popolo napoletano è diviso in fazioni sull’argomento, tra chi critica e chi supporta il giornalista che nel 2006 fece scalpore pubblicando il romanzo ‘’Gomorra. Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra’’. Si dice che le cause del radicamento della criminalità organizzata nel meridione siano da imputare alle promesse mancate del risorgimento, ai connotati culturali di una mente agricola in un mondo ormai industrializzato, all’abbandono dello Stato. Tutte ragioni che si compenetrano probabilmente, ma il vero problema di queste realtà, non è il crimine organizzato, motivo per il quale le forze di polizia non bastano a risolverne o anche solo ad arginarne i danni. No, il vero problema è la cultura che soggiace al crimine, l’insieme dei culti sul quale cavalca l’inciviltà che spesso finisce per assoggettare il resto della popolazione. Quella che qualcuno potrebbe definire la cultura di Masaniello, il più famoso dei rivoluzionari napoletani, il cui scettro non durò che per un attimo, sulla scia del malcontento popolare, quello vero, che nasce dal morso della fame, quello su cui si sono edificate le grandi rivoluzioni del diciottesimo e del diciannovesimo secolo.

Noi non sappiamo se le grida che provengono dal sogno descritto da Saviano siano l’urlo straziante di un popolo che affoga oppure lo Yawp barbarico di una forza anarchica ed incontrollabile che dilaga. Riteniamo, però, che l’analisi antropologica dell’operato di Saviano sia necessaria in un realtà – come quella dell’hinterland napoletano –piegata in due dal dolore.

Forse il miglior modo per capire l’Universo di Gomorra  (sia quello televisivo che quello reale) e i suoi figli (le generazioni tanto affascinate da questo mondo) si trova nella chiave di lettura fornita dalla stessa colonna sonora della serie tv: mi riferisco al testo della canzone ‘’Nuje Vulimme ‘na Speranza’’ di  NTO’ e Lucariello, che dalla prima puntata accompagna la fine di ogni episodio.casamonica.jpg

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