di Lorenzo Cavallo

Dal 9 al 12 novembre è andato in scena al Teatro Elicantropo di Napoli ‘’Il viaggio di Ecuba’’ di Gianni Guardigli, con la regia di Francesco Branchetti  ed interpretato da Isabella Giannone.

il viaggio di ecuba
il cartellone

Al centro della rappresentazione ritroviamo Ecuba, moglie di Priamo – re di Troia durante la famosa guerra –  e madre di una moltitudine di figli, ma con una nuova lingua e nuovi panni: il dramma di Guardigli, infatti, ci mostra una donna che, varcando i confini del tempo e dello spazio, si ritrova a metà tra la mitologia greca e i drammi contemporanei dei migranti (siano essi migranti economici o rifugiati di guerra). L’autore aveva dichiarato infatti di sentire – in un’epoca come questa –  ‘’la necessità di dare al teatro e alla scrittura teatrale il compito di sondare e riflettere su ciò che significa «essere umani» e «agire da umani»’’. E in effetti per una riflessione di tale portata il ruolo di Ecuba appare estremamente calzante: chi poteva rappresentare meglio la condizione dei profughi se non la madre di un popolo sconfitto, costretto alla fuga, all’esilio, alla fame, abbandonato a se stesso, che trascina le sue catene dell’oppressione in una diaspora infinita? Essendo la seconda moglie dell’ultimo re di Troia, Ecuba si presta egregiamente a questa interessante traslitterazione – ricordiamo infatti che Ecuba compare in due famose tragedie di Euripide, ‘’Le Troiane’’ e ’’Ecuba’’. Se nell’antichità i troiani potevano nascondersi dietro le loro alte mura che vantavano di non essere mai state scavalcate – ed Ulisse solo con l’inganno poté farlo –, i profughi di oggi devono lottare (secondo un assurda legge del contrappasso) proprio contro le stesse mura insormontabili, ma che oggi sono sicuramente più crudeli di quelle troiane. Eh sì, perché nonostante ci siano migliaia di anni a separarci dalle civiltà omeriche, le alte mura sono ancora oggi un dispositivo utilizzato in tutto il mondo.

IL-VIAGGIO-DI-ECUBA-Isabella-Giannone_01

Nonostante le potenzialità avvertite  in primis, dalla brillante idea di riproporre un tema d’attualità nella cornice della tragicità greca, e in secundis dall’aver rispolverato un interessante personaggio della mitologia greca come Ecuba – ingiustamente tralasciato dal mondo dell’arte–;  lo spettacolo però non è riuscito a trasformale tali potenzialità in atto, ed è rimasto quindi, segregato nella dimensione del Possibile. Un vero peccato, a nostro giudizio, date le premesse di cui sopra.

Tali lacune però, non hanno impedito alcuni spunti interessanti che vale la pena citare: in effetti a salvarsi è proprio la prima fase dello spettacolo, caratterizzata da una serie di scene che, attraverso un buon gioco di luci rosse con l’oscurità, ci restituisce una dimensione interessante dell’arcaicità dell’uomo, sempre presente nella nostra interiorità; come se non vi fosse tutta questa distanza tra l’archetipo (Ecuba) e la modernità (i profughi), come se la nostra dimensione primitiva ed eterna fosse custodita in una caverna interiore, pronta a sgusciare fuori nelle situazioni-limite, come le guerre e le carestie che i migranti sono condannati a subire ancora oggi.

Nonostante la bravura tecnica di Isabella Giannone, Il pathos del personaggio tradotto in deliquio diventa difficilmente raggiungibile dallo spettatore, soprattutto quando la stilizzazione del personaggio  fa apparire Ecuba come una clochard più che come una profuga, andando a minare quasi del tutto l’intento della riflessione (per non parlare del cattivo uso delle musiche, talmente ricorsivo ed estenuante da procurare il mal di testa).

Purtroppo Ecuba non è riuscita ad uscire dalla sua caverna, dove ancora aspetta chi sappia evocare degnamente il suo nome e le sventure che lo seguono.

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