“La ruota delle meraviglie” – l’ultimo film di Woody Allen

di Lorenzo Borzuola

Il penultimo film di Woody Allen era un ritorno al passato con tratti autobiografici molto forti. “Cafè Society” era un Allen senza Allen in cui però si poteva notare in maniera forte e chiara come le tematiche e le nevrosi del piccolo newyorchese, si ripetevano nei movimenti dell’attore feticcio Jesse Eisenberg. E la storia era una sorta di diario di vita del regista, del periodo giovanile dei locali jazz e della ricerca di un successo. Contornato da un’ironica e umoristica storia d’amore e sentimentalismi a volte ripagati, a volte abbandonati a loro stessi.

A un anno di distanza, Allen gira un nuovo film e con un cast di attori non da meno delle precedenti pellicole. In “La ruota delle meraviglie”, appaiono Jim Belushi, ormai sempre più simile al fratello maggiore, Kate Winslet, Justin Timberlake e Juno Temple. La vicenda si apre sulla spiaggia di Coney Island durante gli anni cinquanta. Il luna Park che costeggia la riva è il luogo in cui inizia e si evolve la trama. Il narratore principale, che poi sarà egli stesso protagonista della storia, è Mickey (Timberlake), un giovane studente con la mania di diventare un grande scrittore; durante l’estate è il bagnino di una delle tante postazioni balneari di Coney Island. Proprio durante quell’estate, arriva Carolina, una giovane ragazza in cerca di suo padre, Humpty Rannell (Belushi). Ad accompagnare la ragazza dal padre è Ginny Rannell (Winslet), moglie di Humpty con un figlio avuto dal precedente matrimonio. Carolina è invece la moglie di un terribile gangster che sguinzaglia i suoi uomini per trovarla e riportarla a casa. Humpty, vista la situazione, è all’inizio perplesso e spaventato nel vedere la figlia tornare, spaventato più dal marito di lei, che dal compito di padre. In seguito si convince a riprenderla con sé, mentre Ginny non sembra affatto contenta dell’idea, specie quando viene a sapere che Carolina e Mickey, suo amante da mesi, si sono conosciuti e nutrono l’un l’altro un certo interesse, data anche la più simile età.

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È quella che possiamo chiamare una strana storia d’amore vista e sentita molte altre volte. Una donna di mezza età, ex attrice, madre e moglie insoddisfatta e nevrotica, incontra un uomo molto più giovane con il quale inizia un passionale rapporto di complicità che spera non finisca mai.

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Di solito, nel momento in cui si rende conto che tra i due non può funzionare perché lui troppo giovane e lei troppo più grande e con una famiglia a carico, la donna dovrebbe farsi da parte e accettare l’abbandono senza troppi rimorsi e drammi. Eppure Woody Allen da un’interpretazione diversa, dando a Ginny la possibilità di cambiare le regole del gioco ma in maniera comunque drammatica. Resasi conto dell’amore che sta nascendo tra Mickey e Carolina, è sempre più convinta di ritornare ai suoi problemi familiari; che prevede la vita noiosa con Humpty verso il quale nutre una certa gratitudine, e i problemi con il figlio, bambino grassoccio e dai capelli rossi denunciato molte volte per piromania. Una sera, mentre Mickey e Carolina escono per una pizza, Ginny viene informata che due scagnozzi del marito della ragazza, sono nei paraggi e si stanno recando verso la pizzeria. La donna si appresta verso il telefono ma nel momento in cui dovrebbe salvare la figliastra, si tira indietro e riattacca l’apparecchio. Nel frattempo Mickey, che conosce la storia della ragazza, le confessa di essere stato l’amante della sua matrigna ma di essersi, ora, innamorato di lei. Carolina, confusa, saluta il giovane tornandosene a casa a piedi. In quel momento, la macchina dei due mafiosi, si accosta alla ragazza.

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Non si sa che fine fa Carolina, ma sia Mickey sia Humpty capiscono che Ginny ha giocato un ruolo importante per quanto riguarda l’improvvisa sparizione. Mickey, dispiaciuto e disperato, lascia Ginny per sempre, mentre Humpty, prima furioso verso la moglie, si abbandona tra le sua braccia perso nell’alcol e nella malinconia. È tempo di tornare alla vita normale e lasciarsi tutto questo alle spalle.

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Devo dire che un dramma tragico alla Woody era da tempo che non si vedeva più in giro. Più che una semplice commediola di humor e grottesco, è una tragedia di legami che ruota attorno ad una bella donna (bionda, com’è nello stile di Allen), e alle giostre di Coney Island, luogo d’infanzia del regista. È infatti quel bambino rossiccio e grasso, che gode nel dar fuoco alle cose, che da personaggio quasi esterno da un po’ di riconoscibilità e continuum con le vecchie opere di Allen. Quante volte si è visto il bambino con i capelli rossi; disturbato o semplicemente cinico e auto ironico, costretto a vivere in una famiglia che non lo comprende. Il ragazzino che ruba e non gli riesce, quello che scopre per primo le donne alle elementari, quello che parla con la morte e ora anche quello piromane che brucia tutto ciò che vede.

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È la storia del regista, ormai ottantaduenne, che subentra di tanto in tanto nella trama di molti suoi film, e anche in quest’ultimo. Il ruolo del bambino, specie ora, accompagna ironicamente l’esplosione finale dei protagonisti e ne da un mesto messaggio di disfatta umana; è anche la descrizione fittizia e semi autobiografica di una famiglia americana, di New York, che vive nel luna park, il posto dove nel film il padre (belushi), lavora. Chiaro riferimento alla famiglia del protagonista in “Io e Annie”, che viveva sotto le montagne russe di Coney Island, e a quei film precedenti in cui la famiglia aveva sempre un ruolo di disfatta per il protagonista, cambiandone i modi e i comportamenti. Il finale, così scarno quanto crudele e truce, è derivazione del grande amore che Allen ha sempre avuto per la letteratura russa e la cultura europea in generale; dai romanzi di Dostoevskij ai film di Bergman e Fellini. La fotografia calda di Vittorio Storaro, accentua quel passato jazzistico e in più cementifica nel tempo lontano gli avvenimenti di Coney Island. Nel complesso, un classico film alla Allen; pessimista e umoristico, divertente ma anche romantico e drammatico. Come se ne sono visti tanti in cinquant’anni di carriera.

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