di Lorenzo Borzuola

La rassegna sul Teatro di Eduardo continua con “Non ti pago”. Scritta nel 1940, l’opera teatrale si accosta a quella crisi tanto descritta da Luigi Pirandello, del quale De Filippo fu amico, allievo e grande simpatizzante. In essa troviamo quella che potremmo chiamare come la sintesi della commedia napoletana di Eduardo e del dramma pirandelliano; la descrizione del piccolo borghese ripulito, padre di famiglia, e quegli innesti di linguaggio e cultura propri del dialetto e delle credenze popolari. Buon senso e superstizione, ragione e credenza, s’innestano nella storia raccontata. E quale potrebbe essere il perno di tutta la trama se non la classica giocata al lotto a fare del personaggio Ferdinando Quagliuolo un individuo puramente corroso e figlio della crisi sociale del tempo?

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Luigi Pirandello assieme ai fratelli De Filippo

La commedia si sviluppa in tre atti: Il primo presenta immediatamente il problema che attanaglia il protagonista. Ferdinando Quagliuolo è proprietario di un banco lotto a Napoli. Dopo la morte del padre aveva deciso di cambiare casa e si era trasferito con la moglie, la figlia e i servi in un nuovo e grande appartamento. La casa che era stata sua, era diventata ora la dimora di un impiegato del suo banco lotto; il fortunatissimo Mario Bertolini, che solo con il sistema dei sogni era riuscito a vincere somme talmente elevate da permettergli di fare il signore. Ferdinando, accecato dall’invidia, escogita nuovi piani e soluzioni per avere dei numeri buoni e sicuri che gli diano la possibilità di vincere almeno una volta. Appoggiato dal suo vecchio compare e tuttofare, passa le nottate sul tetto di casa in attesa di segnali. Concetta, la moglie, non lo appoggia, anzi è ben disposta a cedere in sposa la figlia Stella a Mario Bertolini. Tuttavia Ferdinando promette alla donna una dura vendetta se mai questo accadrà. Un giorno come un altro, mentre il capo di casa controlla le schedine nella speranza di una vincita, entra in casa Bertolini che, pieno di gioia e ancora confuso, annuncia di aver vinto quattro milioni. A quanto pare i numeri gli sono apparsi in sogno, e a darglieli è stata la buon’anima del padre di don Ferdinando. A questo punto, sull’orlo dell’esaurimento, la pazzia esplode in Ferdinando il quale ruba il biglietto di Bertolini e non intende restituirglielo. Tutti lo prendono per folle, moglie e figlia comprese.

Sebbene cosciente del fatto che quei soldi non potranno essere mai suoi, Ferdinando si rivolge prima all’avvocato Strumillo, poi al parroco Don Raffaele, ma nessuno dei due avalla la sua tesi onirica ed è preso ancora una volta per pazzo. Cerca di farsi dare il denaro da Bertolini costringendolo a firmare una carta in cui afferma che la vincita spetta a lui perché i numeri l’ha dati suo padre. Tuttavia il giovane non si lascia intimorire e messo all’angolo da tutti, la sola cosa che può fare è restituire la schedina ma non prima di aver fatto ricadere su Bertolini e tutta la sua famiglia una terribile maledizione. Se qualora andasse a ritirare i quattro milioni ogni male lo prenderà. In effetti, l’anatema lanciato da don Ferdinando sembra funzionare e il ragazzo, oltre a rompersi un braccio, è derubato e poi arrestato per un furto di cui era innocente. Accompagnato dall’avvocato, Mario Bertolini torna in casa Quagliuolo scongiurando Ferdinando di liberarlo dalla maledizione in cambio dei quattro milioni che il giovane è disposto a cedergli pur di tornare a vivere serenamente. L’uomo accetta e s’intasca il denaro e quando acconsentirà al matrimonio tra Bertolini e Stella decide di omaggiare il ragazzo con una dote degli stessi quattro milioni prima ricevuti. Tra lo scampato pericolo e la riacquistata lucidità di don Ferdinando, moglie, marito, parenti e testimoni si mettono intorno al tavolo e iniziano a pranzare.

«Senza esagerare ci si accorge che sono più vicini loro alla letteratura di quanto non lo siano molti autori d’oggi al teatro». Questo è ciò che disse Ennio Flaiano nel momento in cui i fratelli De Filippo, soprattutto Eduardo, venivano riconosciuti come veri e propri drammaturghi. Tale riconoscimento nacque subito dopo la rappresentazione di questa commedia a Roma, dove ebbe un grande successo. I vari espedienti e spunti letterari, come accennato in precedenza, provengono da gran parte della letteratura di quel momento. Se non si volesse citare solo Pirandello, ci si può accorgere di quanta influenza il testo eduardiano abbia preso dai grandi romanzi italiani ed europei di fine ottocento e inizio novecento. Ritroviamo un certo naturalismo descrittivo che arriva diretto e preciso dalle esperienze veriste e naturaliste di un Verga o un Capuana. Il pessimismo velato e inquieto di Kafka e tutta la preoccupazione del vivere in una società malata e in preda a raptus di follia. Comunque si ritorna al tema della maschera, alla superstizione e all’uso dell’anatema che ritorna tanto in Eduardo quanto nel maestro Pirandello. Il cambio di prospettiva di Ferdinando Quagliuolo è il passaggio dalla ragione alla pazzia quando scopre di essere diverso dalla società, di non essere all’altezza o semplicemente di andare contro il senso morale che la società impone. I sogni e il gioco dei numeri impregnati nella cultura napoletana che Eduardo descrive, critica e ama; che cerca in qualche modo di salvare.

Apparsa in versione cinematografica assieme ai fratelli Peppino, nel ruolo di Bertolini, e Titina, in quello della moglie, della commedia “Non ti pago” rimane impressa e insuperabile la seconda versione televisiva del 1964 con interpreti validi e fedeli della vecchia compagnia di Eduardo. Nel 1989 anche il figlio Luca ne da una fresca rappresentazione, presentandola al salone Pier Lombardo di Milano. Opera che, assieme a molte altre, ottenne un’ulteriore fama fuori dallo stivale dove tuttora è rappresentata.

 

 

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