Caffé letterario: La pietra del gallo

Ho scritto questa “analisi” di una novella de “Lo cunto de li cunti” per un esame all’università. Mi è piaciuto molto scriverla e improvvisarmi critico letterario. Per questo volevo condividerla con il mondo. E chissà che non stia nascendo una nuova rubrica su questo blog! 

di Ettore Arcangeli

Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile è tornato alla ribalta con il film Il Racconto dei Racconti di Matteo Garrone, che nel 2015 traspone su pellicola tre episodi del Pentamerone basiliano.

Il grande successo del film ha permesso al grande pubblico di riavvicinarsi ad un’opera, come quella di Basile, importante nel panorama letterario dell’età barocca. Un’opera che può essere considerata, usando le parole di Michele Rak, curatore de Lo cunto de li cunti edito da Garzanti, come il “primo grande lavoro di ascolto del livello più basso del narrato popolare e marginale, la prima consultazione storica di un racconto tradizionalmente tenuto ai margini della scrittura e quindi della memoria storica.”

Il testo è strutturato su più livelli narrativi, come se fosse un sistema di “scatole cinesi”. I racconti sono inseriti in una cornice narrativa che si ricollega con l’ultimo racconto dell’ultima giornata. In totale si hanno quindi cinquanta racconti compresa la cornice, e all’interno dei vari racconti si ha una sequenza di micro racconti (dalla microfavole del giorno e della notte ai proverbi popolari).

Zoza è la protagonista della cornice e dell’ultimo racconto. Lei è costretta da un maleficio a potersi sposare solo con Tadeo, anche lui imprigionato da un incantesimo. Per la maledizione di una fata giace morto in un sepolcro, e solo una donna che riempia di lacrime una brocca in solo tre giorni potrà farlo resuscitare. Prossima al colmo però Zoza si addormenta e una schiava nera che passava di lì, conoscendo la maledizione del principe, finisce di riempire la brocca e sposa così Tadeo. Una volta incinta ricatta il marito minacciando di procurarsi un aborto, così che lui per proteggere la sua discendenza compiace tutti i desideri della moglie. È infatti per il suo piacere che i racconti sono narrati da dieci donne scelte dal marito, quelle che gli sembrarono più esperte e linguacciute.

È Zeza la sciancata ad aprire le giornate con i suoi racconti. Ogni giornata si ripete lo stesso schema. La mattina i principi si svegliano, raggiungono le donne in giardino e lì si intrattengono con balli e canti fino all’ora di pranzo. A pancia piena le donne iniziano così i loro racconti.

Nella quarta giornata sono anche riportati i testi di alcune canzoni che vengono cantate e ballata durante la mattinata. Zeza poi inizia il suo racconto, il primo della giornata come di consueto.

Il protagonista è un certo Minieco Aniello di Grottanera, il quale possedeva solamente un galletto malnutrito. Portatolo al mercato  riuscì a venderlo a due maghi i quali gli chiesero di portarglielo a casa dove lo avrebbero poi pagato. Durante il tragitto Mineco Aniello comprese, nonostante il gergo dei due, che all’interno della testa del gallo c’era una pietra magica che i maghi volevano incastonare in un anello per poterne poi sfruttare i poteri magici. Così Mineco Aniello tornò di corsa a casa con il suo gallo, recuperò la pietra, la incastonò in un anello e chiese di diventare un giovane diciottenne, abitare in un palazzo di lusso e imparentarsi con il re. Si sposa così con la figlia del sovrano. Tempo dopo i maghi, venendo a conoscenza della fortuna di Mineco Aniello, orchestrarono un piano per recuperare la pietra: spingere la figlia del vecchio ringiovanito a cedergli l’anello in cambio di una bambola. Ottenuto l’anello se la diedero a gambe e fecero ritornare Mineco Aniello vecchio e povero, il quale decise di dargli la caccia. Arrivato al Regno di Bucocupo, abitato dai topi, chiese aiuto al re Rosecone, il quale so consultò coi topi più vecchi. Tra questi, due raccontarono a Minieco Aniello di due uomini che in un’osteria parlavano di uno scherzo fatto ad un vecchio di Grottanera, al quale avevano rubato una pietra capace di far tutto, e di non togliersi mai l’anello dal dito per non rischiare di perderlo. Sentite queste parole Minieco Aniello si avventurò con i due topi verso casa di questi e lì con un trucco recuperò l’anello durante la notte. Trasformò i due ladri in asini, montò su uno di loro e caricò l’altro di regalie alimentari per il re e i consiglieri di Bucocupo. Tornato a casa, nuovamente giovane e bello, fu accolto con grande affetto dal re e dalla figlia. Da quel giorno non si tolse mai più l’anello dal dito.

Il racconto si inserisce alla perfezione nel quadro complessivo dell’intera opera. Sono molte infatti le caratteristiche dell’opera basiliana presenti nella storia di Mineco Aniello.

I personaggi all’interno del racconto non sono tutti funzionali al procedere della trama. Infatti la moglie di Mineco Aniello, Natalizia, non ha un ruolo oltre a quello di stabilire un legame di parentela con il re, essendone la figlia. Ci sono poi altri personaggi che rappresentano, con le loro azioni, un vero e proprio snodo narrativo. Sono personaggi che hanno un fortissimo impatto nell’economia del racconto. Tra questi ci sono i due maghi, Iacovino e Iennarone, senza i quali mai Mineco Aniello avrebbe scoperto la pietra magica all’interno della testa del suo galletto. Anzi, molto probabilmente l’avrebbe venduto per quel mezzo soldo promessogli anche dai maghi continuando poi a vivere nella miseria più nera. Un altro ruolo chiave è svolto da Pentella, la figlia di Mineco Aniello, che cede ai due maghi, spacciatisi per mercanti, l’anello con la pietra magica in cambio di una bambola. Senza il suo intervento il padre sarebbe rimasto giovane, bello e ricco non dovendo preoccuparsi di alcunché. Si sarebbe solo celebrato il più classico degli e vissero felici e contenti. Rudolo e Sautariello sono, infine, gli altri due personaggi fondamentali per lo svolgimento dell’azione. Sono i due topi, infatti, ad aver visto in un’osteria i due maghi e a comunicarlo a Mineco Aniello quando giunge a Bucocupo. E proprio loro due aiutano poi il disperato a recuperare l’anello direttamente dal dito di Iennarone.

L’ambientazione del racconto varia durante l’incedere della storia. Questa oscilla tra luoghi minuziosamente descritti, come il palazzo di Mineco Aniello, e luoghi semplicemente abbozzati, come la città di Grottanera, i regno dei topi, l’Osteria del Corno e la stanza d letto di Iennarone. In pratica la descrizione dettagliata dei luoghi si ha solo se questi conferiscono un qualche prestigio sociale. Infatti il palazzo che Mineco Aniello ottiene è d’una bellezza incredibile, con statue meravigliose, colonne strabilianti, dipinti incredibili. Gli altri luoghi, che sono il simbolo della miseria,non sono che minimamente accennati. L’Osteria del Corno, per esempio, è il luogo dove alloggiano e se la spassano gli uomini più stimati del mondo. È chiaro nel contesto l’intento satirico, a sottolineare come l’osteria sia invece frequentata da balordi. Con un accenno sugli avventori l’autore riesce così ad evidenziare lo squallore dell’ambientazione.

Tutta l’azione ruota intorno ad un oggetto: l’anello d’ottone con incastonata la pietra magica. Grazie all’anello i personaggi possono vivere la vita che desiderano. Ma per far si che ciò accada devono essere in possesso dell’anello. Così quando per l’evolversi degli eventi si separano da questo oggetto il suo recupero diventa imperativo. L’unica a non capirne il potenziale è Pentella, la quale è nata ricca e non ha mai vissuto la miseria. Infatti è ben disposta a cederlo per una bambola.  Gli altri, da Mineco Aniello ai due maghi, sono ben consapevoli della bruttezza della povertà e per questo il potere dell’anello è talmente importante da giustificare tanto sforzo nell’inseguirlo.

È la fuga dalla miseria la costante aspirazione di tutti i personaggi. In miseria non si è nulla.

La bruttezza della vecchiaia è strettamente collegata alla povertà. La dimostrazione si ha quando il re caccia Mineco Aniello dopo che l’incantesimo viene rotto, per poi accoglierlo nuovamente a braccia aperte quando ritorna, dopo aver recuperato l’anello, più giovane e bello di prima. Non è ipocrisia. È la logica dei rapporti sociali: un povero vecchio non può essere imparentato con il re. Infatti Mineco Aniello non se la prende col cuore duro del sovrano, ma con chi gli ha sottratto l’anello.

Mineco Aniello scala la piramide sociale sfruttando quello che è riuscito a cogliere dai discorsi dei due maghi. La pietra era nel galletto che era la sua unica proprietà. Il suo arricchimento per quanto magico non è frutto di una truffa o di un danno verso terzi. Invece i due maghi entrano in possesso dell’anello tramite l’inganno. Questa differenza è alla base del diverso finale che vivono i protagonisti. Mineco Aniello ritorna nella famiglia reale, mentre Iacovino e Iennarone vengono trasformati in asini e poi uccisi. Se il primo è premiato col mantenimento delle condizioni di vita raggiunte grazie all’oggetto magico, i secondi subiscono un destino che è significativo del loro comportamento. Avendo raggiunto il loro obbiettivo con l’inganno non si meritano una vita da uomini, e una volta inutili anche da animali la morte è l’unica soluzione. Mineco Aniello ha seguito le regole del gioco ed è stato premiato. I maghi che le hanno oltrepassate, sono stati puniti con la morte.

Il tempo della narrazione ha un ritmo incostante: si passa da narrare eventi in rapida successione, come la fuga di Mineco Aniello dai maghi con il suo galletto e la successiva creazione dell’anello, a vasti salti temporali, come quello sulla vita matrimoniale del vecchio ringiovanito prima che i maghi tornino alla sua porta. Nel racconto manca anche una precisa scansione temporale, che indichi l’esatto passare del tempo. Gli unici elementi che svolgono questa funzione sono le microfavole del giorno e della notte. Queste, insieme ai proverbi che aprono e chiudono il racconto, rappresentano quel sistema di scatole cinesi tipico dell’opera basiliana descritto da Rak.

La storia di Mineco Aniello è legata ad un’altra novella costruita intorno ad una pietra magica.

Quando Giovanni Boccaccio scrive il Decameron popola le sue novelle di una moltitudine di personaggi, tra i quali spicca per la frequenza di apparizioni un certo Calandrino. Costui è protagonista di una novella, narrata da Elisa -una dei dieci giovani fuggiti da Firenze per la peste, dell’ottava giornata: Calandrino e l’elitropia.

Calandrino, un pittore che vive in città, è ingannato da due suoi compari, Bruno e Buffalmacco, i quali per farsi due risate lo convincono delle virtù magiche di una pietra, l’elitropia, e lo seguono alla sua ricerca per divertirsi alle sue spalle.

L’oggetto attorno al quale ruotano le due storie è sempre una pietra. In Boccaccio non è però presente l’elemento magico. L’elitropia che dovrebbe regalare l’invisibilità infatti non è che una normale pietra di fiume.  Gli unici nella novella sono coloro che tessono l’inganno a Calandrino. Un inganno che non è nemmeno finalizzato all’arricchimento personale, ma  al semplice intrattenimento. La novella di Boccaccio si struttura in questi termini come il negativo del racconto di Basile. L’elitropia non è magica come la pietra nella testa del gallo. Calandrino è ingenuo, mentre Mineco Aniello ha mangiato il pane di molti forni. Calandrino non capisce l’ironia e le prese in giro dei suoi compari, mentre Mineco Aniello è lesto nel decifrare il gergo dei due maghi e poter così approfittare delle loro conoscenze. E cosa più importante, alla fine della novella, Calandrino non ha imparato nulla, e viene persino ingannato nuovamente dai compari: l’incantesimo della pietra è svanito poiché non ha avvertito la moglie di stargli lontano quel giorno, nonostante sapesse che le donne fanno perdere le virtù agli oggetti magici. La colpa è sua, non della pietra. Mineco Aniello invece apprende una lezione importate, e come un cane scottato dall’acqua calda che ha paura anche dell’acqua fredda, terrà alta l’asticella dell’attenzione per evitare di perdere nuovamente l’anello e tutte le sue fortune.

La miseria è il motore dell’azione e delle intelligenze. Quando non c’è il tarlo della fame a spingere verso l’obbiettivo, la leggerezza e l’ingenuità prendono il sopravvento. Così come Mineco Aniello e i maghi sono determinati e perseguono il loro arricchimento, Calandrino e Pentella vengono facilmente ingannati perché ignari di cosa significhi la fame e quanto duro lavoro serva per placarne i morsi.

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