Sono tornato – tra finzione e cruda realtà

di Lorenzo Borzuola

Dopo la Germania, è ora arrivato il momento dell’Italia. Il baffetto maligno di Oliver Masucci, che nel film di David Wnendt, “Lui è tornato”, interpretava un Führer catapultato ai giorni nostri, adesso è sostituito da un totalmente calvo Massimo Popolizio nei panni di Benito Mussolini. “Sono tornato” è un riadattamento fedele al film tedesco, solo che stavolta giochiamo in casa. Il regista Luca Miniero riporta in patria il dittatore più odiato, e allo stesso tempo, più amato d’Italia, mandandolo in giro per il paese tra immagini documentaristiche improvvisate e non scritte, e quelle narrativamente più filmiche. Come fu per il precedente, un film vero e proprio dove c’è un copione e una linearità nella trama, intervallato da video interviste nelle più svariate località italiane.

Lui è tornato è un film tedesco del 2015 diretto da David Wnendt.

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Piovuto dal cielo nella Roma del 2018, Mussolini, ancora legato alle gambe e in uniforme, cerca disperatamente la sua Claretta e i resti del paese che aveva lasciato; ma trova solo un miscuglio di etnie, mentre i suoi italiani sono ora molti di più, ma passivi e nell’inedia più totale. Lo pseudo documentarista Andrea Canaletti (Frank Matano), credendolo un attore comico, pensa già al successo che potrebbe venirne fuori. Lo porta con se in giro per l’Italia e intervista dopo intervista, ai rappresentanti delle più svariate classi sociali, ha alla fine un buon materiale da presentare ai dirigenti della MyTV, i quali sono così entusiasti delle doti comiche e attoriali del misterioso individuo che decidono di creare uno show televisivo tutto per lui. C’è chi però è sfavorevole a tutta la leggerezza e ironia riposta in questo format; rancorosi per quello che era successo e che si stava a poco a poco ricreando. Il vice presidente della MyTV, Leonardi (Gioele Dix), sabota il progetto del suo superiore, Katia Bellini (Stefania Rocca), mostrando in diretta nazionale il video di Mussolini che spara ad un cane. Canaletti e Mussolini si vedono così costretti a lasciare gli studi televisivi e in cerca di un alloggio vengono ospitati da Francesca, una ragazza collega di Canaletti verso il quale nutre un certo interesse. La vecchia nonna della ragazza, scampata all’olocausto, è la prima ad accorgersi che quell’attore che si spaccia per Benito Mussolini è in realtà Mussolini stesso. Malata di alzheimer, alla vista del Duce riprende improvvisamente i sensi ordinandogli di andarsene. I due escono di casa e dopo un diverbio si separano. Canaletti, incuriosito, guarda dei vecchi documentari che stava girando e dopo qualche attimo vede effettivamente come il corpo di Mussolini sia precipitato dal cielo. Non si trattava di un attore, ma nel disperato intento di fermare tutto, Mussolini e Katia Bellini hanno già creato un nuovo programma televisivo intitolato “I forgive you!”, ottenendo il favore della massa. Si ricomincia.

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La fedeltà con cui Miniero gira la storia già narrata tre anni fa nell’opera tedesca, è pari alla grande differenza di contenuti ideologici che si mescolano e sfumano nei due rispettivi film. È vero il fatto che il fascismo non fu inferiore al nazismo, né per gli abomini commessi né per tutte le altre cose che dagli anni venti iniziarono a susseguirsi. E allora perché in Italia c’è chi ancora rimpiange quel nefasto episodio? Perché non c’è stato un taglio netto con quella parte di passato? Quando parlo di “taglio netto”, non mi riferisco alla completa formattazione della memoria, né all’eliminazione del ricordo fascista e mussoliniano, bensì ad una costante presa di coscienza di ciò che fu e che in alcun caso debba essere ripetuto. In Germania, sebbene continuino ad esistere gruppi estremisti, c’è comunque il costante insegnamento a non ricadere in quegli errori. Nelle scuole tedesche i bambini imparano sin da subito cos’è la Shoah, le leggi razziali, inculcando una sorta di base per un lieto vivere che non abbandoni mai gli eventi tragici.  La differenza tra “Lui è tornato” e il film di Miniero è proprio questo; il pericolo imminente che in Italia, invece, possano ricrearsi quei contesti ed elementi che furono gli stessi a portare Benito Mussolini al potere e con lui la sua macchina politica di dittatura propagandistica e terrore.

A livello stilistico e per quanto riguarda la regia, la storia corre su un filo già delineato ma riportato alla nostra cultura e nazione con una comicità spassosa, a volte slavata. Non mancano battute di spirito che si confanno al nostro quotidiano, alla televisione moderna, agli show e ai vari personaggi che li occupano, eppure la denuncia reale e fedele resta comunque intrappolata in quelle interviste che non vanno a fondo sul problema. C’è veramente il pericolo che una cosa come quella del ventennio fascista accada, e purtroppo non basta la bravura di Popolizio, né la verve comica di Matano a stemperare la tensione; a dire bonariamente “Ma figurati se avviene un’altra volta”. Credo che fra parodia e satira, la famosa frase “Sono ragazzate”, alludendo ai primi fervori dei fasci di combattimento, non debba essere sottovalutata; specie ora che il caos sembra nuovamente alle porte. E tutto il film sembra sdoganare un po’ Mussolini e il suo fascismo, sebbene sia chiaro il tentativo di denuncia che si vuole infondere. Ma del resto, ognuno capisce e vede solo ciò che vuole capire e vedere. Assieme vi è anche la chiara denuncia sui media e la società italiana percossa e manomessa dai reality e da una politica malata, dalla mala informazione. Perciò lo stesso Duce non mette paura, poiché visto come una figura di spettacolo, finta, e apparentemente innocua.

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Luca Miniero, Massimo Popolizio e Frank Matano

 

Un film che vale comunque la pena vedere. La somiglianza tra LUI e Massimo Popolizio è davvero impressionante e ciò rende il tutto ancor più surreale fino a quando non vengono fuori vere e proprie frasi denigratorie e blasfeme che, purtroppo, fanno parte di questo preciso contesto sociale; non tanto dissimile da quello di ottant’anni fa. Il prendere tutto in risata dovrebbe sciogliere la tensione, e in parte è così. Dall’altra, tuttavia, l’ombra della malattia economica, politica e comunitaria non lascia scampo a riflessioni più meste e dolorose. Di certo Miniero punta a questo, e con lui tutti i suoi tecnici; alla riflessione su ciò che avviene ogni giorno. Ma basta un film a mettere tutte le cose in ordine? No, sennò non se ne farebbero di più. Forse sono proprio le risate innocenti, leggere, le foto postate sui social, arrovellandoci sempre più su futili questioni a salvarci dal baratro.

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