di Ettore Arcangeli

Tutti sappiamo che la guerra del Vietnam è finita male per gli americani. Era l’epilogo già scritto: quello che tutti i presidenti coinvolti nel conflitto conoscevano. Gli Stati Uniti, secondo vari report e studi della Difesa, non avrebbero mai potuto vincere la guerra. Ovviamente ciò non è mai stato divulgato alla popolazione che ha continuato a inviare giovani uomini al fronte. Tutto ciò solamente per non far perdere la faccia a quel tale presidente. Solamente per non poter far dire poi che tale presidente si sarebbe dovuto vergognare per la sconfitta.

La storia di come tutto questo viene alla luce è raccontato in The Post, film del 2017 diretto da Steven Spielberg  e candidato come miglior film agli Oscar 2018.

Siamo in Vietnam, 1966. Daniel Ellsberg è un analista militare, sul campo per redigere uno studio commissionato dal Segretario della Difesa Robert McNamara. Nonostante l’analisi impietosa per l’esercito americano McNamara continua a rassicurare la stampa sui progressi bellici delle truppe a stelle e a strisce. Ellsberg decide così di fornire tutti i dati raccolti, nonostante fossero classificati come top secret, al New York Times.

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Nel 1971 Katharine “Kay” Graham, interpretata da una fantastica Meryl Streep, è, dopo la morte del padre e del marito, divenuta la proprietaria del Washington Post. Per uscire dalla debole situazione finanziaria decide di quotare il giornale in borsa. Sia il caporedattore Ben Bradlee, interpretato da Tom Hanks, sia Arthur Parsons, un membro del consiglio direttivo della società, non sono soliti prestare attenzione alle opinioni di Kay. Loro la considerano precipitata là solo per il tragico epilogo del marito, morto suicida.

Nello stesso periodo, il 13 giugno 1971, il New York Times inizia la pubblicazione dei Pentagon Papers, i documenti ricevuti quattro mesi prima da Daniel Ellsberg. Per la pubblicazione di questi documenti classificati il giornale riceve una ingiunzione che lo intima a fermare la pubblicazione per un tempo limitato. Nel frattempo nella redazione del Washington Post si cerca di recuperare gli stessi documenti dei colleghi newyorkesi. Una volta recuperati, rimangono però poche ore di tempo per pubblicarne una parte inedita prima che scada l’ingiunzione del New York Times.

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La possibilità apre però a diversi scenari. Infatti scegliendo la strada della pubblicazione di questi documenti classificati il giornale, i giornalisti e Kay stessa rischiano di essere accusati a vari livelli. Inoltre alcuni investitori potrebbero far scattare una clausola così da poter ritirare i propri soldi dal Post. Kay si ritrova quindi nel pieno della notte a dover prendere una decisione molto più che complicata. Dopo un’attenta e decisa riflessione le rotative partone e il giornale viene distribuito.

La Casa Bianca,abitata allora dal Presidente Richard Nixon, ha provato a fermare la diffusione dei documenti. Senza alcun esito. Anzi, il diritto per i giornali di pubblicare queste informazioni viene sancito con una sentenza della Corte Suprema: “la stampa non è destinata a servire coloro che governano, bensì quelli che sono governati”.

L’anno seguente la presidenza Nixon crollerà sotto i colpi dello scandalo Watergate, rivelando la turpitudine politica di quegli anni.

Questo riassunto sulla trama, che è anche storia -e per questo c’è pure il finale, era doveroso. Spielberg ha prodotto un ottimo film, che non solo racconta una storia importante e coinvolgente, ma che permette allo spettatore di riflettere su due temi che non sono mai banali: il ruolo della donna nella società e la libertà di stampa.

Kay ha assunto un ruolo di comando per caso. Se suo marito non si fosse suicidato avrebbe continuato la sua vita da ricca signora organizzando tè nel pomeriggio, cene la sera e ricevimenti ogni fine settimana. È quindi il caso ad averla fatta sedere su quella scrivania tanto importante. È considerata come un elemento estraneo da molti all’interno del giornale: indecisa, debole, frivola, insomma una donna. Forse è proprio per il suo essere donna che Arthur Parsons insiste oltre misura per dissuaderla dal pubblicare i Pentagon Papers. Fosse stato un uomo si sarebbe messo l’anima in pace, ne avrebbe forse rispettato il carisma e la decisione. Ma Kay, riesce a tirare fuori tutto il suo carattere e la sua grinta proprio nel momento giusto. Kay prende in mano la situazione e dimostra di saperla gestire. Nonostante non sia un uomo.

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L’opera di divulgazione intrapresa, dal New York Times prima, e dal Washington Post poi, si inserisce in un dibattito sull’opportunità o meno di divulgare al pubblico documenti classificati che potrebbero compromettere la sicurezza del governo e dello stato stesso. Non è un argomento banale, e anzi è molto d’attualità. Basti pensare a Wikileaks e a tutto ciò che ne è seguito. È giusto pubblicare qualsiasi documento riesca a varcare le maglie della sicurezza? Se la pubblicazione di questo documento mettesse a rischio delle vite dove sarebbe l’etica? L’etica della verità sostituisce quella della vita? Sono tutti interrogativi complessi a cui credo sia difficile dare una risposta circostanziata. Sicuramente la via migliore da intraprendere è quella del confronto con la realtà, dove è il giornalista in possesso di queste informazioni a prendere una decisione secondo coscienza e secondo il contesto in cui si muove.

The Post è un grande film. Non si può dire altro di un film capace di ispirare riflessioni così profonde e così necessarie.

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