“Il Tamburo di Latta”: un romanzo di Günter Grass, un film di Volker Schlöndorff

di Lorenzo Borzuola

“Die Blechtrommel”, meglio noto in Italia con il titolo “Il tamburo di latta”, è forse l’opera più avvincente e carica di emotività dello scrittore e drammaturgo tedesco Günter Grass. Quella che con un sostanziale numero di immagini e personaggi simbolici descrivono l’ascesa e la caduta della Germania nazista vista con gli occhi di un cittadino di Danzica; città né polacca né tedesca, come ubicata fuori dal mondo e dai confini territoriali, e così è il personaggio principale.

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Günter Grass

Un libro, questo, che portò popolarità anche al regista tedesco Volker Schlöndorff, che nel 1979, esattamente vent’anni dopo la pubblicazione dello scritto di Grass, reinterpreta il romanzo e le avventure del piccolo Oskar, girando uno dei film più belli di tutto il cinema tedesco. Sebbene alcune parti siano state rimaneggiate per ridurre le seicento pagine del libro, l’opera di Schlöndorff è talmente fedele a quella di Grass, che ci spinge a pensare che solo lui poteva trarne un buonissimo film. Il grottesco e l’ironia cruda e violenta delle pagine sono riportate con altrettanta forza grazie e soprattutto all’eccezionale cast di attori, oltre che al modo di girare.

Premessa; Danzica, fulcro centrale di tutta la storia ed ex città-stato, ha creato, durante i secoli, una propria autonomia soprattutto sociale che è come se fosse al di fuori di ogni contesto nazionale; in essa, i personaggi di Grass escono fuori come da un regno incantato per raccontare un passato cicatrizzato e ricco di terrore.

Il film si apre sulle distese brulle della Casciubia. Una voce fuori campo ci fa entrare nella storia e il primo personaggio che vediamo è quello di una donna, Anna Koljaiczek; una povera contadina mangiatrice di patate, cotte direttamente sui carboni ardenti di un piccolo fuocherello, nonché nonna del piccolo narratore che poi si scoprirà essere lo stesso protagonista. Da lontano, la donna vede due gendarmi prussiani inseguire un uomo il quale, non appena arrivato ai piedi di Anna, chiede gentilmente di essere nascosto. La donna allora alza con generosità le sue infinite gonne pesanti e nasconde l’uomo sotto di lei. Mentre i due poliziotti chiedono a Anna se abbia visto in giro un uomo scappare, quest’ultimo violenta da sotto la gonna la ragazza che, tuttavia, fa finta di nulla e li mette sulla strada sbagliata. Si alza e chiede il suo nome; l’uomo dice di chiamarsi Joseph, e Anna, per niente turbata, lo prende con se. Passa qualche tempo; Joseph e Anna hanno avuto nel frattempo una figlia, Agnes. Mentre stanno mangiando in riva al fiume, tornano dei soldati a cavallo che iniziano a sparare. Joseph si butta in acqua e sparisce per sempre.

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Anna Koljaiczek aiuta Joseph a nascondersi sotto la gonna

In neanche dieci minuti, Schlondorff ricrea quel sentimento di odio e amore, di lontananza ma estrema comprensione che si annida nella donna casciuba; nata e cresciuta nella fredda e sconfinata Polonia, costretta a cavarsela da sola, a non piangere davanti alle tragedie della vita. Rigida e temprata come quel territorio.

Anni dopo, mentre si sta assistendo all’ascesa nazista, nasce a Danzica il nostro protagonista, Oskar, dopo una veloce descrizione della sua famiglia. Oltre alla nonna Anna, c’è la madre Agnes (Angela Winkler), sposatasi con il tedesco Alfred Matzerath (Mario Adorf) ma che continua una tresca amorosa, nemmeno troppo nascosta, con il cugino Jan Bronski (Daniel Olbrychski). Nato con un’intelligenza fuori dal normale, il giorno del suo terzo compleanno riceve come regalo un tamburo di latta. Resosi conto dell’incontrollata follia che avviene tanto nella società come nella sua stessa casa, Oskar decide di smettere di crescere e di restare un bambino. Il passare degli anni sarà da quel momento scandito solo dai successivi compleanni, poiché avrà sempre le stesse sembianze di un fanciullo. Capace di rompere i bicchieri o le finestre della cattedrale con un solo grido, sarà questo un secondo fattore che porterà Oskar ad essere visto come un fenomeno da baraccone più che come una persona normale. Tuttavia, sarà grazie a questo che potrà vedere le cose in maniera diversa e non sarà mai incolpato di niente, visto che è solo un bambino.

Accompagnato dall’inseparabile tamburo, il protagonista ha modo di fare le esperienze più svariate. Assiste alla morte della madre che, dopo aver visto un pescatore tirare fuori dalla testa di un cavallo in putrefazione delle anguille vive, cade in uno stato di follia e inizia a mangiare pesce crudo. Successivamente, mentre il padre è impegnato nel suo spassionato amore verso Hitler, Oskar assisterà anche alla morte dello zio Jan, fucilato dai tedeschi mentre difendeva l’ufficio amministrativo di Danzica, e alla morte del venditore di giocattoli ebreo Markus (Charles Aznavour). Poco dopo, la vecchia nonna Anna porta a casa la giovane Maria, incaricata di prendersi cura del bambino, ormai quasi diciottenne, e della casa. Oskar s’invaghisce della ragazza e da un innocuo gioco con dello zucchero in bustine, si arriverà ad un atto sessuale completo. Quando Maria resta in cinta di Alfred, Oskar decide di andarsene di casa. Si unisce con una compagnia di nani circensi sotto la protezione di Bebra (Fritz Hakl) e di Roswitha (Mariella Olivera), una nana italiana che s’innamorerà di lui. Dopo una lunga tournee in tutta Europa, una mattina Oskar e tutta la compagnia sono costretti a fuggire a causa dei bombardamenti americani; sarà l’ultima volta che vedrà l’amata Roswitha, che rimarrà uccisa sotto le bombe. Oltrepassate le città della Germania, mostruosamente lacerate dal fuoco nemico, Oskar fa ritorno a Danzica, ben accolto dal padre e da Maria, ormai sua moglie, e dal fratello; disperati per quello che sta succedendo. La sconfitta tedesca è ormai prossima; il protagonista e tutta la famiglia, assieme alla vicina di casa Lina (Andrea Ferréol), si rifugiano in cantina. Quando arrivano i sovietici, invece di aiutarli, violentano Lina. Mentre nessuno lo vede, Alfred, intimorito da una rappresaglia, ingoia di proposito la spilla con la svastica ma finisce con lo strozzarsi. Uno dei soldati, confuso, gli spara e lo uccide.

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Oskar e il primo rapporto con la cameriera Maria

Alfred viene imballato in scatole di legno per la verdura. Oskar, ormai resosi conto di dover continuare con le proprie forze, getta il tamburo nella fossa, seppellendo assieme al padre anche la sua decisione di rimanere un bambino. Il fratellino per sbaglio gli tira una sassata e Oskar cade assieme alla bara. Riportato a casa, a poco a poco inizia a crescere. Costretto a partire con Maria e il fratello, saluta un’ultima volta nonna Anna, la quale ritornerà nel suo freddo e brullo campo di patate mentre la locomotiva si allontana.

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Alfred Matzerath assiste alla caduta del Terzo Reich

Un film, così come il romanzo, ricco di elementi e di figure simboliche. Ogni personaggio, ogni oggetto, ha un proprio valore e una propria simbologia che rimanda a qualcos’altro che non viene narrato o solo accennato. Non c’è bisogno di rappresentare tutta la situazione tedesca dai primi del 900 agli anni ’40, se è tutta descritta e rappresentata nella famiglia Matzerath e nei suoi componenti.

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Iniziando dall’oggetto protagonista del libro e del film, il tamburo è il medium che rappresenterebbe l’individualità di Oskar; il suo anticonformismo e il disprezzo verso un mondo in cui non si riconosce. Con esso il protagonista smette di crescere; senza di lui non può che crescere e guardare in faccia il suo destino. Oskar, sotto forma di bambino, può fare ciò che vuole. Egli rappresenterebbe invece la Germania e la sua storia.

Nascendo intelligente ma leggermente deforme, Oskar simboleggia la Germania nata da un aborto di idee orripilanti; quelle della razza, della supremazia nazista e della sua follia. Più  va avanti e più il legame con la nazione teutonica è chiara, sebbene molti vedano in Oskar il legame con la Polonia e il suo popolo; schiacciato da adulti senza regole e senza raziocinio. Ma Oskar, come tutti i bambini, è capriccioso, ottiene sempre ciò che vuole, sebbene la sua mentalità si sviluppi. Così come si sviluppa il senso di colpa che, alla fine della guerra, pervade lo spirito dei tedeschi e si identifica, in questo caso, con la crescita di Oskar. La crescita di Oskar, dopo la morte del padre, sta a simbolo della presa di coscienza da parte dei tedeschi per gli orrori che hanno commesso e che si sono spinti a commettere. Se Oskar sarebbe l’immagine sconclusionata e caotica della Germania, Alfred, il padre, rappresenterebbe tutti coloro che fermamente hanno creduto alla dottrina hitleriana e che con essa sono morti; fucilati, impiccati o suicidi.

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Oskar e il circense Bebra che lo porterà con se in giro per l’Europa

La spilla, che uccide Alfred al finale della storia, è un ulteriore rimando alle sorti della Germania a partita bellica conclusa. Una nazione che si uccide con le proprie idee e con le proprie armi.

Il cavallo putrefatto pieno di anguille è sicuramente un altro simbolo e legame di quel sistema malato e distruttore, ma ciò che colpisce di più, e che nel film non viene descritto, è la gobba di Oskar e la deformità che lacera il suo viso non appena inizia a crescere. La gobba è puramente il peso della storia, dei crimini commessi dalla Germania e il peso del giudizio del mondo che, storicamente parlando, verrà fuori con i processi di Norimberga e con le prove schiaccianti dei lager nazisti. Tutto sulle sue spalle.

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Moltissime altre simbologie ed elementi fondamentali si trovano nel romanzo di Günter Grass, che si consiglia vivamente di leggere. Naturalmente anche il film è doveroso vedere. Nel 1980 “Il tamburo di latta” si aggiudica il premio Oscar come miglior film straniero. A Cannes verrà assegnata a Schlöndorff anche la Palme D’Or come miglior film.

Il regista tedesco ha la possibilità di girare un film in cui storicità, realtà e finzione si fondono insieme, trasmettendo il più grande dolore mai vissuto in quella precisa epoca. Un periodo in cui le idee e i diritti vanno in disfacimento, e ci sono accompagnate dal regime, e vengono impresse nel corpo di un bambino. Per quanto riguarda la scelta degli attori, “Il tamburo di latta” ci lascia delle interpretazioni memorabili. Iniziando dal protagonista principale, il ruolo di Oskar fu affidato all’allora dodicenne David Bennent. Il giovanissimo attore è una delle perle di quest’opera, capace di seguire la storia e recitarla senza alcun intralcio. Poi vediamo figure di spicco del cinema tedesco e internazionale, come Mario Adorf nei panni di Alfred Matzerath, Angela Winkler in quelli di Agnes. Andrea Ferréol ricopre la parte della vicina di casa Lina Greff mentre per il ruolo del venditore di giocattoli fu scelto il cantante francese Charles Aznavour.

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(da sinistra) Volker Schlöndorff, David Bennent e Günter Grass durante le riprese del film

Un film e un libro che sono dei capi saldi di tutta la cultura europea del secolo passato e che riescono, ancora, a destare stupore nel lettore/spettatore. È un resoconto, in entrambi i fronti, di ciò che successe in quel preciso periodo storico; rivisitata in chiave fantasiosa e immaginifica, in grado di stuzzicare l’attenzione di chi lo legge e di chi lo guarda.

 

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