Il Teatro di Eduardo – Filumena Marturano

di Lorenzo Borzuola

Riconosciuta in tutta il mondo come la commedia più importante bella di Eduardo De Filippo, “Filumena Marturano” è davvero la punta di diamante di tutta la sua drammaturgia. Ogni anno, in ogni angolo d’Italia, perfino all’estero, il dramma della donna che finse di morire per potersi sposare e salvare i tre figli viene messa in scena da svariate compagnie diverse. Forse perché la potenza della storia, e la cruda rappresentazione di una vita di fatiche e sotterfugi sono così pregnanti e incisivi che la commedia resta un punto di riferimento e un punto di arrivo; quale attrice teatrale non smanierebbe per avere il ruolo principale di Dona Filumena? Eppure ogni personaggio di contorno ha un importanza singola e univoca che non sempre avviene per altre opere dello scrittore e attore.

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Filumena Marturano è un ex prostituta napoletana di ormai mezz’età. Salvata dal vincolo della prostituzione dal pasticcere Domenico Soriano, vive in casa da anni come serva e schiava nelle varie fabbriche della città, senza ricevere dall’uomo, che lei credeva di amare, né un po’ di affetto e di riconoscimento. Domenico è infatti in procinto di sposare una giovane donna, sua cassiera nella pasticceria; dopo il matrimonio potrebbe anche dimenticarsi definitivamente di Filumena e rigettarla per strada. Filumena escogita così un piano; finge di ammalarsi gravemente e difronte al parroco invoca subito la grazia e che sia allestito un matrimonio tra lei e Domenico. Dopo la funzione, svoltasi tra le lacrime dei servi e lo stupore di Domenico, Filumena si rialza dal letto più viva che mai e costringe l’uomo ad ascoltarla. Gli confessa di avere tre figli e di aver inscenato il tutto per prendersi un pezzo di eredità, che gli spetta, e continuare a badarli, come aveva fatto segretamente fino ad allora. Domenico, furioso e non volendo ascoltare oltre, chiama l’avvocato il quale spiega a donna Filumena il reato di frode da lei commesso e l’invalidità del matrimonio. Solo se lei fosse realmente morta allora il matrimonio sarebbe stato valido.

Ma Filumena non demorde. Convoca i tre figli, ormai grandi e ognuno con un mestiere, e confessa loro la verità. “Voi mi siete figli”, raccontando anche tutta la sua storia, da piccola poverella di quartiere, a prostituta, fino al presente della storia. Sebbene la sorpresa iniziale, i tre sono contenti di essersi finalmente ritrovati, mentre Domenico non perdona e li caccia tutti di casa. Prima che la donna possa andar via, dice a Domenico che uno di quei tre è suo figlio, ma non gli rivela il nome: “Devono essere uguali tutti e tre”. Domenico non le crede ma Filumena gli restituisce un pezzo di banconota dove c’è scritta una data; quel giorno, dice Filumena, lei lo amò veramente mentre lui, freddo e distante, la pagò con la solita mille lire. Quella è la data in cui fu concepito il figlio che la donna dice di essere di Domenico.

Il terzo atto si apre con i preparativi di un vero matrimonio. Domenico e Filumena hanno in effetti deciso di sposarsi.  Tornano i tre figli a casa e Domenico, che ancora non si è dato pace, vuole scoprire la vera identità del suo erede. Facendo qualche domanda ad ognuno dei tre, ciò che scopre è solo una somiglianza che li accomuna, e che fa di tutti loro dei figli uguali da amare. Ciò che infatti ha sempre voluto Filumena, la quale, dopo aver sentito i tre chiamare Domenico “papà”, scoppia in lacrime dalla gioia: “Perché i figli sono figli. E sono tutti uguali”. Filumena e Domenico chiudono la storia con un finale non più amaro ma adornato di gioia e serenità. Rassegnazione per Domenico, che non saprà mai il nome di suo figlio, e continuerà ad amarli tutti allo stesso modo.

Sebbene la Filumena di Titina De Filippo sia ancor oggi ritenuta la migliore di sempre, Regina Bianchi, alcuni anni più tardi, dopo la scomparsa di Titina, riportò in scena la donna e in maniera straordianaria. In coppia con Eduardo, la Bianchi risultò essere una Filumena con i fiocchi portando il dramma della mamma a livelli altissimi, verso i quali è impossibile non commuoversi. Il vero dramma di famiglia, di una madre in cerca di un futuro migliore per lei e soprattutto per i suoi figli, che nemmeno la conoscono, né si conoscono l’un l’altro. Tuttavia, nel momento della confessione, quando se ne fregano del passato della donna e sono fieri di essere suoi figli, si tocca il massimo della poesia umana e della vita. Quando Filumena, nel momento catartico della storia, racconta l’episodio della Madonna delle rose, il brivido che la donna dice di aver sentito si rifà sulla pelle dello spettatore, preso dalla magistrale interpretazione degli attori.

Specialmente della versione televisiva del 1962, dove ritroviamo i vecchi interpreti della compagnia eduardiana, la sublime scorrevolezza delle scene ci accompagna all’amore e alla conoscenza della vita drammatica e disprezzata della protagonista. Perché è la donna, ora, la vera protagonista, che dal golfo napoletano leva la sua mano accusatoria verso un mondo tiranno e maschile. Distante dai dolori della donna e della madre.

Infatti, i personaggi maschili, quelli di Don Domenico, dell’avvocato Nocella e del servo Alfredo, sono, più che feroci padri e padroni, dei confusi uomini di vita; presi talmente dal loro egoismo da non rendersi conto della tragedia che sta avvenendo davanti ai loro occhi. Il dramma di una donna arrivata al limite. E solo una donna può arrivare dove arriva Filumena, pur di essere ascoltata. Filumena non vuole la ragione a tutti i costi, né la vendetta per le incomprensioni e le delusioni subite da parte di Domenico. Vuole essere ascoltata, solo per un momento, pur di dare un futuro migliore ai figli e così poterli riabbracciare. Filumena si leva a simbolo di tutte le donne da secoli maltrattate e l’ideatore, Eduardo stesso, usa il suo amato dialetto napoletano per scrivere questo manifesto femminile e portarlo in tutta Italia, in tutto il mondo.

Oltre alle tante rappresentazioni teatrali, la commedia potè passare anche al cinema due volte: una nel 1951 diretta dallo stesso De Filippo, e una diretta da Vittorio De Sica che la traspose in un’indimenticabile rivisitazione del 1964 con il titolo di “Matrimonio all’italiana”, con Sofia Loren e Marcello Mastroianni.

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