L’integrato – Aspettando il suo arrivo

di Lorenzo Borzuola

Rimasi a fumare quella sigaretta finché il povero filtro marroncino, divenuto ormai giallognolo, non fosse rimasto che un misero torsolo consumato, strizzato a morte dal pollice e l’indice che continuava a fare pressione nella misera speranza di ricavarne un’altra boccata di fumo. È agosto qui in città ma faceva lo stesso freddo durante la notte. Non seppi mai capire con sicurezza quando dovevo mettere un giacchetto, una felpa più leggera o una semplice maglietta quando uscivo per andare al lavoro. Il tempo da quelle parti è veramente bizzarro, fastidioso e cinico per certi versi; non facevo in tempo ad arrivare alla fermata del tram più vicina, che tutti i giorni mi portava al mio lavoro da cuoco, che subito iniziava piovere. Credo di aver bestemmiato più io in quei giorni che in tutta la vita. Quando dovevo ambientarmi fu veramente un problema. Se pioveva, mi ritrovavo spesso senza un giacchetto e raggiungevo Rudolf Platz zuppo e fradicio. Altre volte mi alzavo infreddolito, roba da diventare pazzi, con il sotto dei piedi che a malapena toccava il parquet ghiacciato, le braccia attorno alle spalle cercando in tutti i modi di trattenere il caldo del primo risveglio. Uscivo, percorrevo la stessa strada fino alla fermata di Clodwigh Platz e un impetuoso, e al quanto inaspettato caldo, saliva lungo la schiena irrigidita sotto forma di piccole goccioline di sudore che penetravano poi per tutto il corpo fino ad arrivare alla cute dei miei capelli. Un giorno un prete, sentendomi bofonchiare parole d’odio verso le più eminenti divinità occidentali, mi fermò e con velato tono da predica mi chiese se ero italiano. Alla mia risposta affermativa disse che era stato in Italia e che capiva tutte le blasfemie che in quel momento stavano uscendo dalla mia bocca fradicia e unta di sudore. Con le ciglia aggrottate m’impose una strana forma d’inquisizione nel bel mezzo della strada con assoluzione finale. Una sorta di conversione subitanea e mattutina da prendere al volo se volevo vedere la mia anima salvarsi. Ero in ritardo perciò lo maledissi senza tanti giri di parole e da buon tedesco qual era, capì che forse era meglio lasciarmi in pace. Sono sempre stato così, non mi stupisco di quello che ero e di ciò che, in parte, sono ora. In quegli anni mi portavo dietro ancora i pesanti strascichi della mia vecchia vita, quella passata nel piccolo e lercio quartiere della città, dove il cemento e l’asfalto facevano da alveare per tutti quei delinquenti che tiravano avanti con i mezzi più strani e vari; ma che facevano lo stesso, di tutte quelle esperienze, lezioni di vita per me, per ciò che mi avrebbe aspettato una volta uscito da lì, da quel buco. Gli amici? Sempre i soliti, da quasi vent’anni; mi dispiacque un po’ doverli lasciare. Presi la decisione di partire solo quando capii che quel paese, sebbene tanto bello e valido, non mi avrebbe dato niente, niente in più rispetto a quello che già ero. Mio padre non mi disse nulla quando seppe della mia decisione, era un tipo aperto a ogni possibilità e non mi fermò anzi, con tono quasi menefreghista, mi diede la sua benedizione con la mano ciondolante e si rimise a guardare la televisione, spaparanzato e inerme su quel divano. Nemmeno mio fratello ebbe modo e capacità di fare un discorso più grande e rassicurante nel vedermi partire. L’unica fu mia madre, che si scosse sapendo la notizia e che si precipitò con frenetica immediatezza nella preparazione di tutta la roba da portar via, anche se non le avevo chiesto niente. L’unica persona che in un certo senso non mi dispiaceva lasciare. Non giudicatemi, amavo mia madre ma non c’eravamo mai capiti bene fino in fondo; le volevo bene solo come figlio, perché dal suo utero mi ero formato. Un legame difficile da tagliare definitivamente; ma se avessi avuto solo una parentela lontana con essa, bè vi giuro che non ci avrei pensato due volte a togliermela dalle scatole. Invece portavo con me parte del suo stesso sangue e lo avrei portato per il resto della mia vita. Quando vennero a salutarmi all’aeroporto, prima un boato aveva risuonato nel mio stomaco, poi confusione seguita immediatamente da una lunga calma rilassante e piacevole. Avevo finalmente varcato la soglia di quella casa e per quanto ingenuo potessi essere a quel tempo, giurai a me stesso che non avrei più messo piede la dentro e che avrei finalmente costruito la mia vita senza nessuno di quelli attorno. Mi sentivo libero, capace di fare tutto.

[continua]

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