L’integrato – Uno strano incontro

di Lorenzo Borzuola

[segue]

Erano passate tre ore dalla mia fuga dal ristorante e non avevo trovato pace. La mia testa era così piena di pensieri che l’unica cosa da fare era camminare, lungo tutto il fiume e di nuovo nell’entroterra cittadino dall’altra sponda. Le mani si erano cementificate nelle tasche ancora bagnate e sebbene mi dolevano i piedi quel fastidio non faceva che allontanarmi dai problemi. Forse non volevo affrontare la situazione. Non credevo fosse così importante, fino a quando non ripercorsi in pochi minuti tutta la mia vita, da quando vivevo in Italia, alle serate con gli amici e le sbornie prese seduti ad un tavolino, discutendo di questioni che facilmente si erano già perse nel vento. Dalle discussioni con mio padre alle interminabili incomprensioni con mia madre. Dalla mancanza d’attenzione a scuola alla mia scelta di partire e mollare ciò che ero in precedenza. “Ora sono qui. Posso fare ciò che voglio. Lavoro, guadagno, posso badare a me stesso senza che nessun altro riponga la sua attenzione e il suo aiuto economico su di me” pensavo. “Sono uno di loro. Non ho bisogno dei miei genitori, né degli amici.  Sono un integrato, sono un tedesco, affanculo il resto!”. Pensieri e pensieri che finivano su due sponde contrastanti; l’Italia e il mio essere italiano e il duro lavoro che mi distaccava dalle mie radici ma che mi consentiva di vivere a mie spese, con i miei mezzi qui in Germania.  Come il grande Reno che scorre in questa città e per tutta la regione, in mezzo alle due sponde della mia mente un lungo fiume di altrettante paure, pensieri, gioie e incomprensioni che solo in quel momento riemergevano dal fangoso fondale. Che cosa avrei dovuto fare? Tornarmene in Italia? Ora? A che scopo? Se fossi tornato, non avrei mai scoperto cosa mi attendeva dopo il finire di quei due anni. E poi, se devo essere sincero, quel posto, quello in cui mi trovavo in quel momento, mi aveva dato tanto. Poi riflettei attentamente. Due anni, e solo una volta sono tornato dalla mia famiglia. Tutti i giorni a lavorare senza mai una sosta e non ero mai entrato nel duomo, non avevo idea di com’era l’interno della cattedrale di Colonia o il museo cittadino o il Ludwig Museum. Lavorare, lavorare, lavorare. Non avevo fatto altro che lavorare per tornare a casa sempre stanco morto, senza avere mai il tempo per riposare, per uscire, per parlare con un amico o con una donna. Avevo però guadagnato dei soldi, tutto qui; ma era forse quella la felicità? Il senso di compiacenza ed estasi che tutti quanti cercavano? Avevo bisogno di parlarne con qualcuno.

Trovai un pub. In realtà era una piccola taverna, non molto invitante dall’esterno ma che aveva comunque attirato la mia attenzione. Non aveva nome quel locale, l’insegna diceva solo “Pizza, Kebab, Bratwurst, Sushi e Cus Cus”. Un vero mix di usi e di sapori. Pensai subito che fosse gestito da qualche emigrante che con un po’ di fantasia si era reinventato ogni pietanza lì fuori descritta,ma che niente avrebbe maifatto di quel posto una meta culinaria d’eccellenza. A me serviva solo una birra. Quando entrai e mi sedetti al tavolo fui velocemente assalito da una strana e spettacolare visione. Cinque proprietari che fungevano loro stessi da camerieri e da cuochi, da baristi e uomini delle pulizie; tutti e cinque affaccendati tra fornelli, piatti e bicchieri. C’era un italiano, facilmente riconoscibile dalla misera altezza, baffi neri e fisico robusto. Un tedesco biondo, dal colorito bianco e bello in carne. Un cinese mingherlino, un turco olivastro, ricciolo di capelli con l’aria dura e severa e un nero che badava a pelare patate e a pulire i piatti sporchi. Non c’erano altri clienti, ero solo io e loro. Vedendomi seduto tutto solo, vennero verso di me portandomi ogni sorta di pietanza fresca di cottura. Tra di loro parlavano una lingua strana, non era tedesco, né turco né italiano né cinese, sembrava parlassero solamente loro quello strano idioma, ma si capivano perfettamente. Dissi di non aver appetito ma vollero lo stesso farmi assaggiare tutte le pietanze, sedendosi tutti e cinque intorno al mio tavolo. È strano ma è come se sapessero benissimo cosa mi affliggeva. L’Italiano, guardò il tedesco e poi con pochi sguardi e occhiate si consultarono anche con gli altri tre compari. Il turco, seduto nel mezzo, comprese subito la cosa giusta da fare e, facendomi cenno con la mano, mi chiese di avvicinarmi di più. Lo feci, e gli altri si strinsero insieme in un unico cerchio come per non far uscire fuori quello che stavano per dirmi. Il turco si guardò in torno e quando vide che non c’era pericolo cominciò a parlare.

[continua]

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