di Lorenzo Borzuola

[segue]

Nelle parole che Marco aveva scritto nel messaggio capivo che il mio comportamento di quella mattina non era passato in osservato. Mi chiedeva se doveva andarsene e trovare un altro posto dove poter dormire. Pensava che la sua presenza mi avesse disturbato, e in parte era così, ma parlare con Erika valse più di mille psicologhi. Ora sapevo, anche se di poco, cosa avrei dovuto fare per arrivare alla fine di quella giornata senza complicarla ancora di più. Quando giunsi alla città vecchia, riconobbi il prato, dove poche ore prima avevo sognato. Scavalcai quel posto e mi sedetti un po’ più lontano dalla riva e più vicino alla maestosa figura della cattedrale. Una signora in muratura che mi sorvegliava; forse mi aveva tenuto d’occhio per tutto questo tempo ma non me ne ero mai reso conto. Solo ora, guardando l’imponenza di quel monumento, ne assumevo tutta l’importanza e la forza che pareva trasferirmi. Pensai di nuovo a Erika chiedendomi se l’avessi rivista ancora. Scrissi a Marco di non preoccuparsi e che mi avrebbe dovuto raggiungere a un pub non molto lontano dalla piazza centrale; avremo potuto parlare e berci una birra. Gli avevo detto di tenersi pronto per le nove. Erano quasi le sette e mezza ma il cielo chiaro e sereno non sembrava mescolarsi con la notte. Non so perché ma di colpo non vedevo più Marco come un ragazzino, come il cugino più piccolo e poco interessante. No, ora era diverso. Avevo un grande interesse nel parlare con lui ora, nel diventare suo amico e confidente; ciò che per me non era mai stato mio fratello o mio padre.

L’ultima sigaretta della giornata, l’ultima che mi restava in quel pacchetto, stava piano piano per svanire in una poltiglia di cenere e tabacco bruciacchiato. Gettai il mozzicone difronte a me e questo prese a rotolare lungo la stradina un po’ scoscesa finendo per tuffarsi nell’acqua di una fontana, dove stavano sguazzando dei bambini. Mi alzai e corsi subito a ripescare quel frammento lercio dall’acqua ma ecco che uno di quei bambini inzuppò più volte i piedi, su e giù, su e giù, facendo sparire il mozzicone. Guardai quella creatura che si era mostrata a me con tale semplicità e ferocia da farmi accapponare la pelle per un secondo. Era nudo. La madre poco lontana non badava per niente al figlioletto e continuava a cianciare parole sconnesse con un’altra donna. Non mi mossi. In mezzo a tutti quegli individui e bambini, lui vagava per le acque di quella fonte come fosse un dio, un eroe mitico delle epoche passate, e la mia attenzione aveva finito per posarsi proprio su di lui e sul suo riso infantile.

Non vidi segni sul suo corpo. Non trovai tracce di una società, di una cultura diversa o uguale alla mia. Era una creatura ancora giovane, non inquinata da parole e azioni. Prima di avviarmi verso il pub capii, guardandolo, cosa veramente mancava nella mia vita. Quell’immagine e quell’ultimo pensiero furono miei compagni di strada da quel parco fino al locale, dove avrei dovuto incontrare Marco. Avevo però ancora tempo per riflettere e pensare.

Fine

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