di Lorenzo Borzuola

Il regista americano Wes Anderson torna con un nuovo ed entusiasmante film dal titolo “L’Isola dei Cani”. Un cartone animato girato in stop-motion, la cui produzione era iniziata a partire dal 2016. Quasi due anni dopo, esce questo progetto dal sapore tutt’altro che melenso o infantile. Fantasia e immaginazione si mescolano in un tributo animato a tutta la società umana.

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Un film impegnato? Si potrebbe pensare il contrario, come molti dei film del regista. Tutti o quasi, invece, nascondono un sofisticato e profondo sentimento di miglioramento personale ma soprattutto comunitario. In L’Isola dei Cani, il riscatto e la denuncia sociale sono sicuramente più presenti, senza sfiorare mai la violenza verbale o le immagini troppo disgustose. E questo è un bene; che un bambino possa ritrovarsi al cinema senza doversi sorbire i banali e scontati Disney senza un messaggio di partenza è da considerarsi un passo avanti specialmente per la nostra capacità di comprensione e ironia ormai evoluta e incline verso ogni tipo di spettacolo. La bravura e la genialità di Anderson, consiste nel fatto di saper mescolare divertimento al semplice film d’animazione; comicità anche più adulta e seria ma comprensibile a tutti, con un pizzico di serietà.

Nella sua ultima opera questo è ben visibile, incominciando dalla trama. Il sindaco della cittadina giapponese Megasaki, Kobayashi, figlio di un’antica dinastia amante dei gatti, dopo lo scoppio di un’epidemia canina, fa trasferire tutti i cani, domestici e randagi, in un’isola lontana dalla comunità. Atari Kobayashi, nipote e pupillo del sindaco, parte in gran segreto e raggiunge l’sola della spazzatura per recuperare il suo amato cane Spots. Una lunga avventura non priva di pericoli e di nuovi amici da salvare che lo porterà a disobbedire allo stesso Kobayashi; oppositore perenne e fiero nella sua battaglia personale.

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Il migliore amico dell’uomo è in grave pericolo nel film di Anderson. L’utilizzo del cane, umanizzato e con una coscienza, che prende una simbologia concreta e palese; la metafora di un mondo in rivolta e l’allontanamento di un individuo perché considerato diverso e pericoloso. Una denuncia bruciante alla politica, non solo trumpiana, ma di tutte le nazioni del globo; sebbene il buon vecchio Donald torni spesso sotto forma di politica corrotta e accecata da un odio astratto e senza senso. Insieme, l’amore, la fratellanza e il riconoscersi sotto una sola immagine di essere vivente, contrastano il cinismo e il potere incontrollato dei potenti. Un futuro 2037 che rasenta il nostro presente sotto molti punti di vista.

L’animazione frame by frame richiede un duro lavoro ma in compenso offre un’introspezione più profonda di quanto possa fare il disegno lineare tradizionale. Un cast di personaggi le cui voci, quelle originali, sono di grandi e conosciutissimi attori. Bryan Cranston, Edward Norton, Bill Murray, Bob Balaban, Tilda Swinton, Yoko Ono, F. Murray Abraham, Jeff Goldblum e moltissimi altri. Insieme a questi elementi, l’uso del giapponese e dei traduttori simultanei, rendono il film di Anderson, influenzato dalla cultura asiatica, il più politico messaggio di speranza e di denuncia.

 

 

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