di Ettore Arcangeli

[segue]

Non sapevo che fare. La giornata proseguì nell’inedia più totale. Non avevo voglia di tornare a casa, mi sarei sentito troppo solo. Non avevo voglia di andare in giro a raccogliere i vuoti da portare al supermercato per quei pochi e miseri spicci. Non avevo nemmeno voglia di andare da Antonio a sentire se avesse bisogno di me per qualche lavoretto. Non avevo voglia. Vedevo la città brulicare di turisti, di uomini, di donne, di piccioni, di vita insomma, e rimasi quasi ipnotizzato da quella massa umana che si trascinava, chi con gioia, chi controvoglia. Passai così molto della mia giornata, fino a quando colto dai morsi della fame mi diressi verso un ristorante di una nota catena  di fast food. Forse la conoscete: è quella dalla grande M gialla con un clown come testimonial. Fortunatamente trovai due euro per terra mentre facevo la fila così da poter aggiungere al classico hamburger quei deliziosi petti di pollo avvolti da una croccante panatura dorata che mi hanno sempre fatto una gola pazzesca. Finito di mangiare rimasi al tavolo per approfittare del wi-fi  del ristorante ma lo scorbutico direttore mi scacciò senza  troppa cortesia per far posto a nuovi e più affamati clienti. Uscito notai una ragazza meravigliosa dirigersi verso il museo di arte moderna, il famosissimo Ludwig. Mi venne voglia di tornarci e occupare così il resto della mia giornata, in contemplazione del bello. La realtà mi sputò dritta in faccia quando realizzai che per entrare si deve pagare un cospicuo biglietto d’ingresso. La volontà di riprendere in mano la mia vita, partendo da un’attività culturale, che avevo appena ritrovato, si perse immediatamente e tornai a vagabondare senza meta, sospinto solo dalla noia di quel giorno. Andai in una caffetteria dove senza prendere nulla mi collegai a scrocco alla rete. Risparmiare internet è la missione della nostra generazione: è l’unica cosa che ci permette di non farci sopraffare dalla vita e dalle sue emozioni. Seduto su un divanetto tra il grigio e il verdognolo la vastità della rete mi permise di evadere per qualche minuto. Controllai tutti i social a cui ero iscritto: il più interessante di questi è sicuramente Instagram, dove le ragazze si sentono libere di postare foto particolarmente piacevoli all’occhio maschile. In uno dei rari momenti in cui il mio sguardo si è staccato dallo schermo rimasi rapito dagli occhi di una giovane: così intensi, definiti da una linea di trucco, mi rapirono. Ma si sa la realtà è meschina, e il suo volto così intrigante era incorniciato da un leggero velo nero, che non sarebbe un problema se non fosse accompagnata da quelli che sembravano essere i suoi nerboruti fratelli. Si alzò, lei e la sua comitiva, e la osservai andarsene, potendo studiarla con attenzione. Il corto giacchetto di pelle lasciava scoperti dei jeans attillati molto alla moda che rendevano più scultoreo il corpo della ragazza. I suoi vestiti all’occidentale sottolineavano una forte sensualità, resa più casta del sacro copricapo. Sparì, e non la rividi più.

Uscito dalla caffetteria il sole era sparito e l’aria si era fatta più frizzante. Decisi di prendere la strada di casa e lì cenare. Presi il tram. Come sempre ho risparmiato i soldi del biglietto, inutile a mio avviso: nessuno controlla mai se lo si prende o no, e perché quindi spenderci dei soldi. È inutile! Scesi due fermate prima della mia per poter passare davanti alla sede non ufficiale di Pegida in città. Entrai e chiesi informazioni su come iscrivermi al partito. Sanno il fatto loro. Hanno ragione, ci sono troppi stranieri. Furono subito cordiali e mi accolsero con grande affetto. Nulla a che vedere con i mostri che presentano in televisione. Inizia a pensare su come i media di regime piegano la realtà a favore dei poteri forti contro il popolo quando mi chiesero le mie generalità: nome, cognome, data e luogo di nascita, residenza.

-Mete Demir, nato a…

-Scusa?!- fece il giovane segretario, un tizio dai capelli scuri e dal forte accento bavarese, quasi austriaco.

-Mete Demir, mi chiamo Mete Demir. Mete di nome, Demir di cognome. E sono nato a…

-Me ne sbatto il cazzo di dove sei nato kebabbaro di merda!- sbottò il segretario alzandosi in piedi. Con lo scatto spostò il tavolino in avanti e la sedia indietro,mentre tutti gli altri camerati distolsero l’attenzione dalle loro attività per concentrarsi su di me. Il segretario, che era diventato paonazzo, continuò a gridarmi contro:-Il solo fatto che quella vacca turca di tua madre ti abbia lasciato uscire dalla sua vagina in questo glorioso Paese non vuol dire che tu ne faccia parte! Sei solo un escremento che inquina la nostra forte e sana società! Ringrazia il tuo dio terrorista che qui da noi la polizia vi protegge il culo sennò saresti già appeso fuori in strada a ricordare alla feccia come te che qui non siete graditi e non lo sarete mai! Ora vattene prima che ci venga voglia di passare qualche guaio con la polizia! Fuori di qui schifoso!

L’invettiva del segretario ancora imberbe si concluse tra le grida di apprezzamento e gli applausi dei suoi camerati. Mi sentii veramente umiliato per la prima volta in vita mia. Me ne andai con la coda tra le gambe, deluso e svuotato. Rifiutato dallo stesso popolo al quale credevo di appartenere.

[continua]

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