di Lorenzo Cavallo

[segue]

Nella stanza mancava qualche pennellata di bianco, ed era evidente che quelle che c’erano erano fresche. Inoltre c’erano degli scatoloni con pezzi di polistirolo e plastica strappata in un angolo e delle mensole accatastate con un martello ed una cassetta per gli attrezzi in un altro.Proiettai nei suoi occhi il film della mia vita, tanto da credere, nella regione più ad est del mio cuore, che Carlo stava allestendo, nel suo scarno salotto, una camera per me, per ospitarmi a tempo indeterminato. Forse il viaggio, l’andarlo a trovare, era stato solo un pretesto per propormi di trasferirmi in Germania, da lui, dopo la laurea.  Sembrava un’offerta di pace dopo tanti anni di noncuranza. Soltanto grazie a questi pensieri così vagamente accennati in me, il cuore mi batteva all’impazzata e gli occhi si facevano sempre più lucidi.

Così, prima che andasse a dormire, gli chiesi al volo, mentre attraversava quella stretta e squallida stanza che vedevo già come il mio castello, cosa ne avrebbe fatto di quella camera. Carlo sembrava non aver minimamente notato tanta eccitazione e commozione in me, che, seppur il mio forte controllo, divampava chiaramente sul mio volto.Senza neanche guardarmi, continuando a camminare dritto verso il suo letto straziato da un disordine di coperte e lenzuoli sgualciti, mi disse che ci avrebbe installato un po’ di cose: un paio di casse stereo sulle mensole, un televisore al plasma, lettore Blu-Ray, una console per videogame, insomma le solite cose..Una pugnalata nei reni mi avrebbe fatto meno male. In quei pochi attimi era nato e morto un piccolo sogno che avrebbe potuto cambiare tutto. Mi coricai nel letto facendo finta di niente. Così dopo un po’ arrivò il sonno.

Credevo che laureandomi in sociologia, scoprendo gli oscuri segreti che le persone covavano dietro quella loro ‘’normale’’ vita – che a me sembrava così poco ‘’normale’’ – avrei avuto un qualche potere su di loro e sui loro segreti. Dopo tre anni di studi però non sentivo di avere niente in mano. Trovavo ancora incomprensibili molte persone, e avevo paura di loro più che mai.

Mancava solo una manciata di esami e poi sarei stato laureato. Il professor Michele D’arano di sociologia generale , mi aveva consigliato – o per meglio dir imposto, sicché non avevo avuto il coraggio per rifiutare – di scrivere la  tesi di laurea su ErvingGoffman e le sue teorie. Era stufo di dover leggere sempre gli stessi elaborati su Bauman o sui rapporti tra ‘’contesto sociale e contesto sanitario’’.

Desiderava stuzzicare i suoi occhi con qualcosa di più raffinato. Io con i miei modi gentili dovevo stargli simpatico – non aveva mancato di darmelo a intendere o accennarmelo diverse volte – così aveva fatto affidamento su di me per interrompere la monotonia del suo lavoro.Di certo non sarebbe stato saggio deluderlo, anche se non sapevo niente su Goffman.

Nessuna libreria della mia zona aveva qualcosa di Goffman, ma comunque i suoi libri – nel caso avessi voluto ordinarli – costavano troppo e in più erano molto complicati, ben oltre il mio livello. Così mi rivolsi alla biblioteca della facoltà. Anche là i libri sull’argomento scarseggiavano, e l’unica cosa che la bibliotecaria mi aveva procurato, dopo tre settimane di attesa, era una vecchia copia degli anni 60’, tutta ingiallita e sottolineata che puzzava di muffa, di ‘’la vita quotidiana come rappresentazione’’. Data la poca possibilità di scelta decisi che mi sarei occupato della teoria esposta nel libro, secondo cui la società era paragonabile al palcoscenico di un teatro.

Secondo la ‘’Teoria dei Frame’’ la realtà non è costante o unitaria, ma costituita da livelli, detti ‘’Frame’’, alla base dei quali c’è la realtà fisica ed oggettiva. In sostanza, il concetto portante risiedeva nel fatto che ognuno, partendo più o meno dalle stesse cose, si costruiva la propria visione del mondo, accumulando Frame sopra altri Frame fino a trovarsi in un mondo lontano. Il proprio mondo.

Mi sarebbe certamente piaciuto poter decostruire i mondi degli altri. Trovare per le loro parole, i loro modi, i loro sguardi delle chiavi di lettura. Poter entrare ed uscire a mio piacimento dai portali dei loro universi. Essere padrone occulto dei loro sensi.

La teoria di Goffman però metteva a dura prova la mia stessa visione del mondo: mi chiedeva, per entrare in quello degli altri, di abbandonare il mio. Senza dubbio un lavoro difficile, ma certe  volte mi tornava alla mente che si trattava solo di una misera tesi di laurea. Così facendo mettevo da parte le strane idee e cercavo di studiare in modo disinteressato.

Mi ero portato dietro il libro per studiare appena avrei avuto un po’ di tempo libero, e infatti sugli aerei e negli aeroporti avevo avuto modo di leggere o rileggere qualche cosa. Mi piaceva soffermarmi sulle frasi e i concetti già sottolineati. Qualcuno – il precedente proprietario del libro – aveva usato un matita rossa e blu, ricoprendo le pagine di segni e appunti. Qua e là c’erano perfino delle parole scritte a matita. Non ero sicuro che quel libro fosse passato per un solo paio di mani, né avevo idea di come la bibliotecaria ne era entrata in possesso, ma mi piaceva pensare che prima di me era stato accarezzato dalle mani di una bella ragazza. Un pensiero innocuo, quanto banale, con cui ogni tanto lusingavo la mia fantasia.

In effetti la calligrafia a matita poteva sembrare quella di una donna, per via dei tratti leggeri e minuscoli. Ad ogni modo non potevo sapere niente – neanche volendolo – dei precedenti proprietari, quindi, come un agnostico, alleggerivo i pensieri non curandomi di eventuali intoppi legati alle mie puerili fantasie.

Quella mattina decisi di portare il libro con me, così lo infilai nella tasca davanti dello zaino e uscii di casa senza una vera meta. Non era la prima volta che viaggiavo, né la prima volta che mi trovavo, da solo, in un luogo sconosciuto. Eppure mi sentivo più solo e sperso che mai. Non sapevo bene come avrei impiegato la giornata. Ci misi venti minuti solo per capire come raggiungere da casa di mio cugino la stazione della metro e del tram più vicina. Qua e là in giro per la città c’erano delle varie cartine della zona, ma le indicazioni e le strade erano scritte in tedesco, ed io non ero neanche in  grado di parlare un inglese decente. Camminando sulle stesse strade però ero riuscito ad arrivare ad una stazione e – chissà come – riuscii a capire in che direzione fosse il centro.

[continua]

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