Un appuntamento mancato – L’invasione

di Lorenzo Cavallo

[segue]

Quando ero arrivato la sera prima, uscendo dalla stazione centrale, mi ero ritrovato sulla sinistra l’immenso Duomo che dominava solennemente tutta la città. Chissà come, avevo eletto quell’idolo religioso come icona di quel luogo e di quei giorni. Ovunque mi girassi, vedevo quel castello gotico nel volto d’ogni passante.

I mezzi pubblici erano intasati per via di una manifestazione che si aggirava nella zona est della città, o così mi parve di capire. Gli abitanti del posto erano visibilmente contrariati, e forse per questo mi apparivano ancora più ostili di come la loro storia li rappresentava. Guardando il loro passo svelto non potevo far a meno di ricordarmi che i loro nonni e genitori erano quei famosi nazisti dei libri di storia e dei film di guerra, quegli stessi uomini che avevano dato la loro amina in pasto alle bestie come pochi altri popoli nel mondo. Avevano bruciato la casa del loro fratello e ghigliottinato le loro puttane senza ritegno.

Ero riuscito ad infilarmi in un tram che andava verso il centro. Scesi dopo una decina di minuti per via della lentezza e di una folla barbara che irruppe un paio di fermate dopo quella dov’ero salito io. Stare troppo a contatto con un branco di persone non era roba per me. Però, prima che il vagone fosse invaso senza pietà, avevo perfino trovato posto per sedermi vicino ad una finestra, così da poter osservare i palazzi e la gente per strada. Osservarli dal vetro – che in qualche modo li proteggeva – era decisamente più affar mio; una vecchia e piacevole abitudine dura da dimenticare.

Poco dopo si era seduto davanti a me un uomo grasso e leggermente invecchiato, che vedendomi intento a guardare fuori dal finestrino, mi aveva scambiato per un tipo disattento e aveva cominciato a fissarmi con una certa voluttà, convinto di non essere visto. Ero diventato il suo bersaglio visivo perché gli sembravo assente, tanto da permettergli di soddisfare, tranquillamente, la sua indomita curiosità.Aveva i capelli brizzolati un po’ lunghi e scompigliati, e probabilmente tra i 50 e i 60 anni. Una larga polo rossa, pantaloni bianchi, mocassini di pelle nera, orologio di metallo al polso sinistro e un borsello al seguito. Sembrava uno qualunque, ma i suoi occhi non erano quelli di uno qualunque. Si chiedeva, probabilmente, a cosa stessi pensando io; ed io mi chiedevo a cosa stesse pensando lui. L’essenza massima della società.Dopo che fui sceso dal tram continuai a piedi verso il centro, con le mani in tasca.

Avevo letto che Colonia, come gran parte della Germania, era invasa dagli italiani.  Un’epidermide guastata dalla peste dell’immigrazione italiana è come una zona in putrefazione, come un bambino con i pidocchi con cui nessuno vuole parlare o giocare.

Camminando tra la folla in subbuglio per l’organizzazione della giornata lavorativa, temevo di scontrare lo sguardo d’un altro italiano, d’un uomo che intendeva la mia lingua.Temevo che avrebbe potuto riconoscere dal mio volto i miei pensieri, scoprirmi come straniero ed ammonirmi per quel che ero. Per questo ed altri motivi tenevo lo sguardo basso, stando ben attento a non dar conto a nessuno e a non dar a intendere che stavo indagando su di loro.

Un bruciore allo stomaco mi lacerava per non aver fatto colazione – pasto al quale non rinunciavo mai- , così cercai un luogo opportuno dove mangiare qualcosa. Comprai un berlinese alla crema ed un caffè. Il caffè era di quelli lunghi ed annacquati che si vedono nei film americani. Faceva orribilmente schifo. Ne avevo bisogno per svegliarmi, ma ad ogni sorso che buttavo giù, ripensavo che se avessi un giorno abbandonato l’Italia come mio cugino, sarebbe stato questo il sapore che ogni mattina mi avrebbe invaso il palato. Un sapore amaro ed assente, come gli occhi di molte persone intorno a me. Nulla da dire invece sul berlinese; i dolci erano buoni e ne presi un altro.

Alle spalle del Duomo c’era il Ludwig Museum di cui mi aveva parlato mio cugino, ma apriva solo alle dieci, e dovevo aspettare ancora mezz’ora. Da tempo la vita mi sembrava più insopportabile del solito.Avevo una tale paura del futuro che a volte vivere appariva così dannoso. Forse tra le braccia di una ragazza non sarebbe stato tutto così arduo, o almeno non sarebbe sembrato tale. Un tempo prospettive come trovarmi un lavoro e farmi una famiglia mi sembravano obiettivi tanto banali che mi veniva il voltastomaco. Non ero così vecchio, eppure mi sembrava di aver già perso o vissuto gli anni migliori. Avevo sempre, in modo costante quanto ossessivo, la tremenda sensazione di stare perdendo completamente il mio tempo. Era solo la giovinezza? Che mi restava ora?Cos’era che sbagliavo?

Forse dovevo solo trasferirmi. Cambiare aria, amicizie, trovarmi nuovi hobby, ampliare i miei orizzonti o qualcosa del genere.

[continua]

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