Un appuntamento mancato – L’erotico imbarazzo

di Lorenzo Cavallo

[segue]

Per i primi minuti stemmo in silenzio, uno di quelli imbarazzati che sottendono molte cose, ma io non ero nella condizione mentale di analizzare alcun che. Poi iniziammo a conversare del più e del meno, delle nostre vite: della sua, così misteriosa e della mia, completamente inventata.

Anche se mi aveva avvicinato lei, sembrava decisamente una ragazza riservata. Era stata ben attenta a non dirmi niente di lei, vagheggiando solo qualcosa. Nonostante questo però non riuscivo proprio a sbarazzarmi del pensiero che mi stesse mentendo, che mi stesse mentendo su tutto, proprio come stavo facendo io con lei.

Nessuno dei due voleva parlare della propria vita, ma volevamo parlare. Volevamo guardarci, volevamo toccarci.

Mi porto dietro un capanno, verso l’ala est del Duomo, poi si fermò davanti a me a guardarmi. Potevo sentire l’acuto dolore di quel momento, potevo sentire tutto. Tra noi ritornò il silenzio. Qualche presentimento cercava invano di parlarmi, ma io non avevo occhi che per il suo volto.

Il capanno, un vecchio rudere di legno, non aveva una facciata, così era riuscita a spingermi dentro quelle tre sporche pareti abbandonata, solo con i suoi occhi, ed ora eravamo riparati dall’intero mondo: la società come la sociologia non esistevano più. Anche la Teoria dei Frame mi sembrava svanita, un ricordo arcaico, la potevo sentire sbriciolarsi sotto i miei piedi, facendo posto ad un altro idolo.

Mi disse una e una sola frase, ed io esegui gli ordini – chiudi gli occhi.

Una volta che per me furono sopraggiunte le tenebre, sentii il mio olfatto sopraffatto dal suo immenso profumo: lavanda fresca, di pieno luglio, provocante sotto le grinfie del sole. Immaginai il suo seducente corpo nudo – unico frutto della mia fantasia – ricoperto di lavanda viola, come una di quelle rappresentazioni rinascimentali o medioevali della prima donna: Eva.

Rimasi a godere delle mie fantasie ed annusarla fin quando non percepii la leggera pressione delle sue labbra sulle mie. Non fu un vero e proprio bacio: ci fu solo un contatto tra le nostre bocche, così che io potessi sentire la forza delle sue labbra provocanti.

In quel momento si destò in me la più fragorosa erezione che io possa mai ricordare. Lei se ne doveva essere accorta, perché d’un tratto appoggiò la mano sul cavallo dei miei pantaloni, iniziando a stringere nella sua morsa il mio pene. La pressione mi fece genere e poi venne l’orgasmo.

Solo a quel punto staccò le sue labbra e mi disse – non ti muovere.

Sentii scricchiolare il pavimento di legno, riaprii gli occhi, ma lei non c’era più; se ne era andata. Non sapevo il suo nome, così la battezzai come Eva.

Aspettai qualche minuto prima di uscire dal capanno, poi mi guardai intorno. Con mio stupore, notai che la sera era calata anche sulla Germania.

Mi sentivo sprovveduto, come uno che è stato appena stuprato. Con gli occhi lucidi e una sorprendente dose di adrenalina in circolo mandai un messaggio a mio cugino Marco. Lui mi diede appuntamento in un pub del centro. Rimasi stupito da tanta disponibilità, ma in quel momento era tutt’altro il vertice dei miei pensieri.

Mi avviai verso i pub che affacciavano sulla riva del Reno. Passeggiando tra i tanti alcolizzati e giovani sbandati che si sbronzavano sul prato vicino al ponte, vidi un barbone che, steso per terra, senza nasconderlo troppo, si faceva una sega guardando in alto verso il cielo.

Mi fermai ad una decina di metri da lui. Non riuscivo a capire se le persone intorno a lui lo lasciavano fare, o se non se ne erano accorti per via del buio serale. Aveva un giubbotto nero abbottonato, di quelli lunghi che arrivano quasi alle ginocchia, così da rendere il suo pisello fuori dalla zip dei jeans, che brandiva lentamente con la mano destra, un’immagine difficile da scovare.

Lo invidiai. Avrei piacevolmente voluto imitarlo, stendermi come lui sul prato – i cui fili d’erba mi ricordavano tanto il quadro di Boccioni –  guardando in alto e masturbandomi pensando ad Eva, alla sua mano, al suo odore, alle sue labbra.

M’immaginai con lei nel atto sessuale al Ludwig Museum stesi a terra, nudi, nel buio di quella notte, davanti al quadro di Boccioni illuminato da un faro. Avrei eiaculato dentro di lei, tenendo gli occhi fissi su quel dipinto, lo avrei affrontato così che avrebbe saputo che non poteva avermi.

Questo pensiero mi riportò un’altra erezione. Entrai nel pub deciso a bere più che mai.

Fine

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