Porpora – La morte, di mattina, è un tonico per le meningi

di Fabio Catalano

Ero seduto nella cabina a testa in giù e il tetto delle nuvole si faceva sempre più vicino. Lo shuttle prendeva quota e dentro ballava tutto, sopra a quel tremendo frastuono riuscivo a distinguere una musica imponente; era l’Ouverture 1802 di Tchaicovsky.

Bucammo in fretta la coltre sopra la nostra testa e raggiungemmo il sole. Ero io, il mio volto giovane completamente illuminato, nel punto più alto della musica  in mezzo al cielo. Ero lontano dalla Terra.

Seppi che il giorno era cominciato quando vidi la “Madonna in estasi” inchiodata sul mio soffitto.

Guardai la vetrata della camera e il sole non aveva ancora raggiunto il camino degli appartamenti della strada di fronte. Non erano ancora le sette.

Seppi che non ero solo quando toccai la seta di capelli selvaggi, liberi sulle coperte alla mia destra.

Guardai quella ragazza il cui volto non mi riusciva tanto facile ricordare e pensai che era molto bella.

Mi alzai, ero l’eroe del giorno che spia il mondo dalla sua finestra. Presi la polaroid nascosta nella libreria, mi avvicinai all’ignota signora e, scoprendole il seno innocente, la fotografai.

Non erano ancora comparsi i colori che –Questa l’aggiungerai alla tua collezione?

La sua voce sapeva di latte, era ruvida al contatto con i suoi seni, forse troppo matura per non essere eccitante.

– Devo essere fuori di qui per le otto, sbrigati a vestirti.

Andandomene avvertii per un momento il rimpianto di non aver alzato lo sguardo per osservare la sua reazione, invece di accontentarmi di offenderla con l’indifferenza, ma subito ci ripensai e conservai il buon umore per tutta la colazione.

Giovedì diciassette, era questo il giorno, ed era questo un giorno squisitamente anonimo, tanto bastava chiedersi il motivo per cui alzarsi dal letto e viverlo, per poter fare esattamente quello che si voleva.

La mia immagine allo specchio era impeccabile. Lasciai lo sguardo indugiare placidamente sul petto mascolino, sugli addominali e sulle cosce per poi spostarsi sulla spigolosità del mio volto, con il succo delle labbra e l’asprezza degli occhi, e tornare a fissarsi sull’inguine. Intanto mi stavo già masturbando. La mia immagine era attraente, ed era già subito tutto ciò che ero, non c’erano – a mio avviso – parole che potessero raccontare della mia potenza più del mio corpo.

La mia immagine fu violata da una mano estranea, immediatamente mi ritrassi disgustato.

– Lascia fare a me.

Rotondo era il suo viso, ma fusate le sue cosce; sebbene non nuda si accingeva a togliersi il pantaloncino. Non capii questo gesto quando si inginocchiò e baciò il mio pene, ma mi piacque e la lasciai fare. Preso da un’idea geniale, subito glie lo tolsi e lo tenni per me, presi lei per i capelli e le curvai il collo perché mi guardasse dritto in faccia.

– Questo cazzo è l’ultimo barbaro germanico, erede di una dinastia di cazzi barbarici. Tu che popoli questa terra con i tuoi simili sei la pecora e sei una bambina, ma soprattutto sei l’incudine per il mio martello. Assapora la vera essenza della potenza di un uomo.

Lei sorrise, poi disse – Lo hai già detto ieri – e continuò il suo lavoro.

Quando ebbi finito di vestirmi osservai di nuovo la mia immagine allo specchio. Anche così, mentre il membro ancora fluiva il seme,  ammiravo quanto fossi temerario.

Uscii di casa.

Le strade erano già popolose e dai caffè strisciava l’odore della pace, ritmici erano i tacchi delle scarpe sopra al marciapiede, e solenni.

La mia Mercedes del 59’, il regalo della società quando entrai in associazione dieci anni fa, la donna che ho amato di più in tutta la mia vita. Ho sempre sognato di raccogliere il profumo di tutte le mie donne ed impregnarne i sedili, cosicché ogni preda saprebbe di essere un’altra pecora al branco. Ad alcune la cosa farebbe eccitare.

– Buongiorno, Sibylle – Era squillato il telefono.

– Signor Meyer, l’ho chiamata perché ho una comunicazione importante da farle.

– Sibylle, lo spero, dal momento che sarò in ufficio tra mezz’ora.

– Riguarda la sua famiglia.

Non risposi.

– Riguarda suo padre.

– Perché mi sta chiamando lei?

– Signore, sua madre mi ha detto di farlo.

– Porca puttana.

– Signore…?

– Cosa c’è, cos’ha mio padre?

– Ha avuto un infarto un’ora fa, signore, non hanno fatto in tempo a portarlo in ambulanza. E’ morto.

Sapevo che odiava il mio vecchio, un giorno mi sarei sentito potente se fossi riuscito a farmi odiare più di lui.

– D’accordo Sibylle, adesso non c’è più bisogno che parliamo a telefono. Ci vediamo tra mezz’ora.

– Ma, signore, tutta la sua famiglia è in lutto.

– Non c’è bisogno che mi faccia la predica, cara: oggi verrò in ufficio – sempre che mi lascia guidare.

– E’ sicuro?

– Sto partendo.

Invece mi diressi da Hester e non mi feci vivo, probabilmente Sibylle non osò chiedere più spiegazioni. Avevo fame quella mattina  e non ebbi problemi a mandare giù un altro piatto di pancake.

Hester mi conosceva da quando avevo vent’anni e venivo a Bonn per andare all’università. Ogni giorno dopo lezione venivo qui a studiare e a mangiare. Hester era ignorante a aveva già qualche chilo di grasso sulle cosce, ma si avvicinava e parlava di economia come se non avesse fatto altro per tutta la vita. Sono gli anni in cui è cresciuta che l’hanno resa una gran donna; quello e il fatto che non avesse un soldo: il caffè di Hester è sporco e vuoto dal primo giorno che è stato aperto.

Si accorse che c’ero alzando la testa dalla tazza di un cliente in cui stava versando del caffè. Le rughe circondavano le guance lisce nel sorriso di una vecchia signora.

– Sempre a cazzeggiare, cazzeggiare ovunque. Oh, Heinrich, sei brutto come uno di quei topi olandesi!

La feci andare avanti e indietro fino a che lei non imprecò per tutta stanza, con le urla fino in strada, batté i piedi per terra, ma non mi colpì. Aveva smesso di picchiarmi quando aveva visto i soldi, aveva paura.

– Ma tu lo sai – mi fece – che quegli arabi del cazzo sono dovunque ormai? Ieri sera uno sdraiato vicino la spazzatura, stamattina uno chiedeva i soldi prima che aprissi la baracca. Ma cosa stiamo facendo? Ti sembra normale una cosa del genere?

Solitamente quando faceva così andava in cerca di nomi che non ricordava e se ne usciva con versacci incerti a mezza bocca, poi ripartiva subito a sputare il suo discorso. Merkel… Draghi…. BCE…. Non la aiutavo, mi piaceva vedere se questa volta si sarebbe resa conto di quanto sembrasse ridicola.

– Prima si stava meglio. Tu non lo sai, ma quando ero giovane sono stata con certi uomini tutti d’un pezzo. Ah, si. Prima si lavorava, prima un uomo onesto poteva costruirsi il suo futuro come poteva. Adesso le strade sono piene di parassiti e chi c’era di buono se n’è andato via. Venisse da me un uomo come quelli che vidi quando ero piccola…

Hester non ha mai dimenticato la nazione com’era quando era piccola, è per questo che è così.

Mi guardava e aspettava che dicessi qualcosa – Come va col vostro impero di macchine? Come sta tuo padre?

Le dissi di farmi vedere il suo tatuaggio. Lei si scoprì il polpaccio e me lo mostrò, era molto consumato ma ancora chiaro e quasi imperiale.

Allungai una mano sul suo seno, lei immediatamente raddrizzò la schiena e si fece indietro, mi fissò.

– Heinrich?

– Andiamo, Hester.

Si alzò immediatamente e tornò dietro al bancone e poi sul retro, solo un attimo si voltò a guardarmi. Amareggiato, ero divertito dalla sua pudicizia: non sapeva che io ero il vessillo dell’impero del passato.  Lasciai i soldi sul tavolo e uscii dal caffè.

Stavo pensando che con Hester non avrei dovuto fare il porcello, ricordavo il tempo passato e mi trovai subito di fronte ad un negozio vuoto, il lenzuolo che avrebbe dovuto oscurare i vetri era caduto. Guardai il cartello affianco e lessi: “ Accademie d’ Art et Musique, prossima apertura 30 luglio”.

C’era un pianoforte mezzo illuminato al centro della stanza.

Cercai di pulire il vetro per vederci meglio. Ebbi una visione terrificante: lo strumento grondava sangue fino al pavimento, alcuni resti umani si confondevano distesi sopra i tasti. Immediatamente seppi che era il mio sangue, che ero stato violentato.

[continua]

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