Porpora – Giovani bagnanti espressionisti

di Fabio Catalano

[segue]

Dopo essere scappato dalla casa dei miei, curandomi di non essere visto da nessuno, di nuovo non seppi dove andare, di nuovo avevo bisogno di soddisfazione. Chiamai Erika, e la pregai di poterci incontrare di nuovo. Quando provò a farmi resistenza iniziai ad insultarla, e credo che la cosa le fosse piaciuta perché dopo poco si arrese e mi diede appuntamento sotto la cattedrale per le quattro. Intanto dovevo passare il tempo.

Entrai nel Ludwig Museum che si trova ad una decina di metri dalla cattedrale; avevo sempre odiato quel posto. Italiani, francesi, giapponesi, olandesi, non c’era un tedesco nemmeno a pagarlo oro. L’arte, qui in Germania come il tutta Europa, era morta; adesso c’erano solo i turisti a dare un senso ai quadri, scattando foto ed abbandonandosi a bisbigliate approssimazioni.

Li osservavo violentare Pollock, Dalì, trattare Matisse come fosse un prestigiatore.

Riconobbi una donna in fondo alla sala, avvolta in un cardigan verde in posizione di meditazione. Era state una mia compagna dell’università. Non feci in tempo a scappare che lei  distolse lo sguardo dal quadro che stava osservando e, come se avesse sentito che la stavo osservando, puntò gli occhi su di me e mi riconobbe.

Mentre rispondevo ai primi convenevoli osservai di sfuggita cosa stesse contemplando: si trattava di Quelli che restano di Boccioni, non l’avevo mai visto al Ludwig.

– E’ una mostra che hanno messo adesso sul Futurismo Italiano – mi spiegò lei – Lo trovo poetico come pochi.

Sarah era stata la mia ragazza negli anni in cui ci conoscemmo, non era invecchiata poi molto.

– Heinrich, come stai? Raccontami di te.

Tutti vogliono farsi raccontare la mia vita, vogliono a loro volta raccontare qualcosa su di me ai loro conoscenti. Heinrich Meyer è sulla bocca di tutti da quando è nato a quando morirà.

– Boccioni è un grande esponente dell’arte moderna italiana. Quelli che restano fa parte di un trinomio insieme a Quelli che vanno e agli Addii. C’è questa landa desolata disegnata da queste linee verticali per tutto il quadro, anche le persone sono linee, sono tracce. Ma se sono quelli che restano, perché sembrano andarsene? Perché sembra che l’artista guardi queste ombre che gli sono familiari e non se ne senta parte? Se me lo chiedi,  quelli che restano sono ancora più lontani di quelli che vanno, non hanno ancora smesso di essere vittima della nostra nostalgia, di essere confusi come ombre nelle nostre rappresentazioni. Boccioni era una macchina che caccia fumo e fa rumore, che sferraglia, che consuma, consuma, tutto consuma! Una di quelle lanciate dalla rivoluzione industriale. Con la propria volontà, con il proprio desiderio, non fa che strappare via da quelli che restano ogni significato. E allora, eccoli qui quelli che restano! Ma farebbero bene ad andarsene via, a tenersi stretta la propria immagine; invece non sono che ombre.

Avrei voluto che Sarah non fosse lì o che fosse qualcun altro, ma in quel momento non mi venne in mente nessuno che potesse prendere il suo posto.

– Sapevo che non eri cambiato. Sei sempre lo stesso ragazzo.

– Cosa credi di sapere su di me?

Sarah rise, non capii perché rise, sperai fosse perché non seppe come reagire.

– Vieni a prendere una birra con me fuori?

– Devo andare – Mi dileguai in fretta ed uscii dal museo. Erano le quattro, pensai a Erika mentre mi aspettava con la borsetta con dentro i guanti in lattice tra le piccole mani sulle scale della cattedrale.

Un gran sole illuminava la piazza ed alcuni bambini giocavano a rincorrersi. Raggiunsi la facciata della chiesa e mi guardai intorno. La vidi seduta in cima alle scale, si stava truccando e non pensava ai ragazzi che tentavano di approcciarla.

Mossi il primo passo ma mi bloccai, pensai alla nausea dell’atto sessuale che avevamo consumato prima, improvvisamente mi era passata tutta la voglia. Erika mi sembrava così volgare e forse i soldi che le avevo dato erano andati veramente nelle mani di una puttana. La vidi prendere il telefono e controllare l’ora all’orologio, ma non alzò lo sguardo a controllare la piazza, eppure io ero proprio lì davanti.

Me ne andai immediatamente: ero disgustato.

 

Qualche ora più tardi ero ubriaco. Inseguii un gruppo di punk che mi erano sembrati molto ridicoli e avevo cercato di afferrarne qualcuno, avevo voglia di scatenare una rissa. Invece quei ragazzini scappavano e gridavano, qualche volta cercavano di insultarmi, ma si zittivano subito quando sentivano la mia risata. Ero di nuovo nel pieno della mie forze.

Ero entrato nel primo locale lungo il Reno ed avevo chiesto uno Scotch del 30’, volevo assaporare, con le stesse labbra con cui la mattina avevo baciato mia madre, il sapore della Germania negli anni della sua storia. Naturalmente non avevano uno Scotch  che fosse così vecchio. Nessuno è così vecchio da vivere prima che fosse nato. Me ne proposero uno del 69’, ma a quel punto non aveva più senso e accettai senza pensarci.

Un vecchio barbone mi insegnò qualche canzone sulla guerra, poi morì sul prato, lasciando che la bava gli colasse dalla bocca. Mi preoccupai che non avesse freddo per la sera che stava scendendo e me ne andai.

Ricevetti una chiamata, era il commissario di polizia. Mi disse che dovevano sottopormi ad un interrogatorio riguardo la morte di mio padre, risposi che mio padre era morto di infarto, di conseguenza gli feci notare che non c’era bisogno di alcun tipo di investigazione. Il commissario rispose che il cadavere di mio padre era stato portato in obitorio circa un’ora prima ed erano state trovate delle tracce di una specie di veleno che occlude le arterie e che aveva causato un aneurisma, più che un infarto. Aggiunse che trattenere la salma a casa per tutto il giorno era stata una scelta – a parer suo – impopolare, era per questo che mi chiamava soltanto ora.

Chiusi la telefonata dicendo che non c’era bisogno di aspettare fino al giorno dopo per l’interrogatorio, se il commissario poteva accettare, ci saremmo visti quella sera in via informale in uno di quei locali sul Reno, davanti ad una birra.

Quando chiusi la telefonata ero di fronte alla Torre Gotica del XVII secolo, quante volte vi ero passato davanti senza fermarmi ad osservarla per bene? Sorgeva al centro della piazza, ma nessuno sembrava dargli un minimo di attenzione. Non avevo mai notato come un albero fosse cresciuto proprio al fianco del portone, costeggiando la colonna portante fino a  sfondare le mura con un ramo all’altezza della finestra. Tale è la potenza della natura, pensai, così come il destino d’un uomo.

Vidi la torre insanguinata e anche l’albero, resti umani erano sparsi un po’ dovunque, piansi ripensando alla fine di mio padre.

Rimasi seduto sulle scale finché non fosse ora di incontrare il commissario sul Reno, erano le otto; nel frattempo la sbornia mi era passata e mi era tornato l’appetito.

C’era gente dappertutto, la città era allegra ed io ero un pugno di murene morte. Il vespro gettava le sue dita di nuvola sopra le nostre teste e gli alberi liberavano scossi dal vento il segreto della terra tedesca. Lungo i prati c’era chi apriva bottiglie di birra radunati in gruppi di amici. Ripensai al sogno di quella mattina: adesso più che mai ne avevo bisogno.

Passai vicino ad una fontana, lo sguardo perso tra la gente, e vidi, sguazzante come un’animale, ma bianco e casto, un bambino nudo. La luce colpiva il suo corpo gocciolante, sembrava benedirlo e salvarlo dalla folla di gente che lo circondava, così turpe ed ignara del suo valore, invece era lui che li salvava tutti: la sua risata era spada, il suo gioco la più terribile delle macchine da guerra. Davvero lui mi sembrò immortale: la Germania, la Meyer Corp., mia madre, nemmeno io, nessuno sarebbe stato in grado di consumarlo.

Forse mi illusi che fosse un segno, ma a quella visione il mio cuore divenne calmo. Era così che doveva essere: il bambino apparteneva a quelli che restano, a quelli che sanno restare; ora avevo capito.

Entrai nel pub e mi sedetti al bancone, il commissario sarebbe arrivato da lì a qualche minuto ed io finalmente avrei detto tutta la verità su di me.

Fine.

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