BlacKkKlansman – Una storia irrisolta

di Lorenzo Borzuola

L’agente di polizia afroamericano Ron Stallworth fa subito carriera nel dipartimento di Colorado Springs. Da semplice archivista diventa detective e da lì s’intrufola nella sezione del Ku Klux Klan della città. Con l’aiuto del collega Flip Zimmerman, Stallworth diventa uno dei capi del clan, per poi minare le secolari fondamenta di quell’odio razziale.

BlacKkKlansman , un film di propaganda contro il razzismo firmato Spike Lee, che parte dalle lotte dei Black Panthers contro i soprusi subiti durante quegli anni; gli anni ’60. Con il KKK invece si dirama l’altra parte della vicenda realmente accaduta al poliziotto Stallworth, (lo stesso che ha scritto il romanzo). Entrambe le due parti sono descritte dall’interno ed entrambi i valori sono messi in discussione. Ma alla fine sappiamo benissimo chi vincerà questa lunga battaglia per la moralità e il buon vivere; o almeno solo in questa storia apparentemente ottimista. Ciò che viene mostrato alla fine è solamente quello che non è ancora stato definitivamente estirpato, e che tutt’oggi è sintomo di una società, quella americana e non solo, malata, che ha molto da imparare.

Lee torna indietro nel tempo; quando il movimento nero era ancora forte e anche la sua antitesi non lasciava spazio a pareri contrari dal proprio. In un mondo devastato dalla violenza, successivamente il regista fa un lunghissimo salto in avanti, fino ai nostri giorni; con una severa critica alla politica di Donald Trump e alle scorribande contemporanee. Nulla è in ordine e niente resta risolto. In questa storia di giustizia, c’è molto da imparare e da predicare. Con una narrazione e un ritmo al quanto spinti ed energici, la vicenda dell’agente nero, interpretato da John David Washington, si evolve con l’avvento di toni differenti che si ritrovano a cozzare tra loro. La violenza esagerata di prediche o atti violenti, si mescola a scene meno enfatiche, a volte romantiche ed esilaranti, facendo del dramma uno spunto per una risata; dell’ironia un punto di partenza per una più profonda riflessione.

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Topher Grace nei panni di David Duke

Nella seconda parte, invece, Lee perde leggermente quel ritmo incalzante della prima, soffermandosi maggiormente sul rapporto tra Stallworth e la bella Patrice (Laura Harrier), un’attivista dei Panthers, e su quello tra lui e il suo collega Flip, interpretato da Adam Driver. Quest’ultimo, ebreo di nascita, si ritroverà, come lo stesso Stallworth, intrappolato in riflessioni che lo riguardano personalmente. Anche lui, come il collega afroamericano, prova un senso di emarginazione, almeno secondo luoghi comuni o la storia, che lo spingono ad accettare quella missione senza tanti perché. E la storia prosegue fino ad un finale spensieratamente amaro, che si ricollega agli istanti iniziali del film. Quelli in cui Alec Baldwin, in un breve cameo, veste i  panni di un fanatico religioso, che, in una sorta di ironica farsa, difende l’idea della White Anglo-Saxon Protestant (WASP) America. 

Una biografia drammatica con i ritmi palpitanti di un film poliziesco, ma non sempre. Più forte in alcuni punti piuttosto che in altri, ma che non lascia di certo scampo a ciò che la filmografia di Spike Lee cerca di tramandare ormai da anni; Uguaglianza e Odio. Odio verso la violenza, verso le disuguaglianze e verso se stesso. Nel film, oltre a Washington e Driver, un ricco cast di attori e caratteristi; Topher Grace, Ryan Eggold, Nicholas Turturro e Harry Bellafonte.

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Regista e i tre attori principali a Cannes

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