Brazil – Il capolavoro di Terry Gilliam

di Lorenzo Borzuola

Il 27 settembre è uscito anche in Italia l’ultimo film di Terry Gilliam che tante fatiche e problemi hanno dato al noto regista americano. L’uomo che uccise don Quixote è stata una vera impresa; un film che ha richiesto anni e anni di sacrifici. Tuttavia, dopo più di vent’anni, il romanzo capolavoro di Miguel de Cervantes rivive in quello che possiamo definire l’ultima grande opera di Gilliam.

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Un regista che si è fatto strada con la pubblicità, con il lavoro di disegnatore e di comico, grazie al suo ingresso nel celebre gruppo inglese dei Monty Python (per il quale ha curato spesso la regia e le animazioni). È anche, come ormai risaputo, un regista con una fervida immaginazione. Nel corso della sua carriera ha regalato al mondo e al grande pubblico dei cult immortali che chi non ha ancora visto dovrà assolutamente rimediare. Un film in particolare lo ha catapultato sulla bocca di tutti e nell’Olimpo dei più amati e grandi cineasti. L’opera in questione è Brazil.

Diretto nel 1985, Brazil nasce grazie ai grandi romanzi del ‘900, incentrati sull’alienazione dell’uomo in un futuro in cui la libertà è stata messa da parte, e solo delle dittature governano il mondo. Da Orwell e il suo 1984 Gilliam ne trae quella matrice distopica e meschina, così come da Federico Fellini ne riprende invece la tematica più surreale; Gilliam voleva intitolare il suo film 1984 1/2, proprio per citare e rendere omaggio ai due artisti. Scelse il titolo Brazil per contrastare alla città d’acciaio una musica nostalgica che è proprio Aquarela do Brasil. In questo mondo governato da una burocrazia meschina e violenta, la Central Service, inizia e finisce la vicenda del semplice impiegato Sam Lowry che lavora al ministero dell’informazione.
Intenzionato a risolvere un problema causato da un malfunzionamento di una stampante, che ha condannato un tale Buttlei invece che Archibald Tuttle, Sam incontra la donna dei suoi sogni. Jill Layton è la ragazza dai capelli corti che l’impiegato vede ogni notte e che, con un’armatura alare, vuole salvare. Tuttavia, la donna spaventata e già ricercata per essere una terrorista, scappa e Sam si mette sulle sue tracce.

Pur di ritrovarla accetterà il posto come dirigente al Reparto di recupero informazioni. Nel frattempo entra in contatto con il vero Tuttle, un elettricista nemico del potere e della burocrazia, un rivoluzionario che prende Sam a simpatia e più tardi gli tornerà in aiuto. Appena ritrovata Jill e averla convinta di essere dalla sua parte, decide di distruggere il suo fascicolo e la sua identità per poi poter scappare con lei. Dopo un rapporto d’amore, la polizia entra in casa sua e arresta Sam che viene condotto dal suo torturatore; l’amico Jack Lint. Mentre quest’ultimo sta per accanirsi su Sam con degli strani strumenti, una pallottola gli trapassa il cranio e Tuttle corre in suo aiuto.

Dopo uno scontro a fuoco, l’elettricista fa saltare il Ministero dei Burocrati e scappa via con Sam. Nel momento in cui Tuttle si rimette i suoi panni da civile, un vortice di scartoffie del palazzo lo attacca e lui scompare sommerso dai fogli. Sam cerca di mettersi in salvo e poi ritrova Jill che con il suo camion lo porta lontano in una zona di campagna dove potranno finalmente vivere felici per sempre.
Ma è solo una fantasia che Sam immagina durante la tortura dalla quale non era mai stato salvato. L’amico Jack e il signor Helpmann, a capo del Ministero, capiscono che per Sam non c’è più niente da fare. Perso nei suoi sogni, l’impiegato viene lasciato legato a quella sedia e per lui non c’è speranza di cambiare il mondo e la sua vita.

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Che gran parte del film non sia altro che un lungo sogno da parte del protagonista, fatto per scappare da quella società alienata e opprimente, lo si capisce riguardandolo più volte. O almeno ciò che può sembrare. Non c’è mai una netta e sicura distinzione tra sogno e realtà, e Sam ne viene risucchiato ma per una giusta causa.

Gilliam supera se stesso, creando, rubando, incollando e facendo di un mondo lontano la metà futuristica per la pazzia. Alti grattacieli di cui non si vede la fine. Stretti monolocali le cui pareti e soffitti sono invasi da tubature, chip, microfoni che registrano e stanno in ascolto. La stessa casa in questo futuro ha vita a se. La gente rincorre la giovinezza come accade per la madre di Sam; anziana donna che ringiovanisce grazie a degli interventi chirurgici. In generale, la comunità nella quale Sam è costretto a vivere, sottostà in silenzio ai padroni e con se stessa è bigotta, reietta ed è anche il trionfo della mediocrità.

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Dunque, il sogno continuo che Sam fa ogni notte od ogni volta che è perso nei suoi pensieri, si espande senza che lui se ne renda davvero conto. Sogno e realtà si mescolano ponendo fine ad ogni personale certezza. Solo la fantasia può salvare l’essere umano odierno, per questo il sogno di Sam Lowry è tanto falso quanto è reale; unico modo per dare senso a questa vita. Il signor Tuttle, che probabilmente non ha mai incontrato, è accolto dalla mente di Sam come un eroe e un salvatore che può tutto. Anche Tuttle, così come Jill finiscono per essere idealizzati, e diventano solo i personaggi di un lungo sogno.

Brazil è un film che riesce con astuzia a intervallare l’ironia e il dramma. La stessa colonna sonora, “Aquarela do Brasil”, è costantemente ripresa, canticchiata o mandata da un programma radiofonico per sottolineare quel fare nostalgico e quel morbo di non poter fuggire. La grande interpretazione di Jonathan Pryce nel ruolo di Sam è un altro fattore di qualità, e così come l’altra parte del cast. Kim Greist è Jill, Michael Palin nei panni di Jack, Ian Holm, Peter Vaughan, Jim Broadbent in quelli del dottor Jaffe e Robert De Niro, il sovversivo Tuttle; una piccola parte ma un grande ruolo. Musiche di Michael Kamen e Ray Cooper.

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