Una questione d’onore – Quando l’Italia si faceva giustizia da sola

di Lorenzo Borzuola

Il cinema italiano degli anni ’60 e ’70 ha portato alla luce quelli che erano ancora i veri problemi nelle zone meno sorvegliate della penisola. In alcune di queste, come l’entroterra siciliano, calabrese o sardo, vigeva in un certo senso quella Medievalità di usi che ha tardato un po’ a scomparire definitivamente. Stiamo parlando dell’Onore, della famiglia, dell’onta lavata col sangue di chi faceva un torto. Nella filmografia dei grandi registi italiani del secolo scorso, ritorna più volte questo concetto, che per noi gente di un’altra era sembra tanto assurdo e lontano. Invece, sebbene questi film abbiano cercato non solo di dare un’idea, ma di portarla al massimo del grottesco, della macchietta e della caricatura, quello che si evince è effettivamente quello che poteva accadere quando il codice penale non bastava a rendere giustizia ed entrava in gioco il Codice dell’Onore.

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E di esempi di questo cinema ne abbiamo a bizzeffe, specialmente grazie allo studio artistico portato avanti da Pietro Germi con “Matrimonio all’italiana” e “Sedotta e Abbandonata; due dei capolavori di questo “cinema d’onore”. Tuttavia le opere abbondano, come “A ciascuno il suo” di Elio Petri del 1967 o “Il giorno della civetta” di Damiano Damiani, per poi arrivare ai grandi Colossal hollywoodiani come la fortunata trilogia de “Il Padrino”. Tuttavia, nel 1965, il regista Luigi Zampa ci regala un film assai più grottesco e ironico; un dramma che si sviluppa con lentezza, episodi strampalati e con la mimica di uno dei mattatori dell’epoca. Una questione d’Onore.

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Il film narra la vicenda di Efisio Mulas (Ugo Tognazzi), un contadino sardo che vive solo con sua madre. L’uomo si guadagna da vivere con vari lavoretti  e alcune sfide come la lotta di testate o rubare più pecore possibile. Nel frattempo la situazione del villaggio degenera. Un nuovo comandante dei carabinieri arriva al paese e vuole estirpare l’uso della vendetta privata per risanare l’onore infangato; proprio nel momento in cui il presidente della Repubblica ha concesso l’amnistia, e dal continente tornano i carcerati e dai monti i latitanti. Quelli che avevano una faida in sospeso, sono costretti a riaprirla e a rischiare nuovamente la vita. Con il traghetto dei carcerati arrivano anche, DomenicangelaPiras (Nicoletta Machiavelli), fidanzata di Efisio, finita dentro per aver dato una roncolata al suo uomo, il quale si era rifiutato di sposarla perché brutta; ma i fratelli della donna e il padre latitante in Supramonte non erano d’accordo. Il secondo individuo a scendere da quella nave è Agostino Sanna che, dopo 37 anni di carcere, torna a casa e spodesta immediatamente il nipote Don Leandro Sanna (Bernard Blier); uomo di mezz’età non incline alla vendetta ma alla calma e soprattutto alle donne. Tuttavia Agostino vuole riprendere la faida con i fratelli Porcu, alla quale Leandro si ribella. Il vecchio dovrà farsi giustizia da solo.

Nello stesso istante, Efisio e Domenicangela decidono di sposarsi -lui si è lasciato convincere dalla bellezza ritrovata della ragazza-, ma dovrà superare una prova per dimostrare al suocero che è un uomo di coraggio; rubare delle pecore. La notte che Efisio va al gregge di Don Leandro, lo zio Agostino viene ucciso da uno dei fratelli Porcu. Leandro, pur di non vendicare lo zio, lo trascina a casa sua dando la colpa a dei ladri di bestiame. Sfortunatamente Efisio viene incolpato dell’omicidio e, aiutato dallo stesso Leandro, riesce a fuggire a Milano sotto copertura. Quando il fratello sacerdote di Leandro uccide il Porcu, il fratello di quest’ultimo vuole vendicarsi. Leandro escogita un piano per non battersi e non essere ammazzato. Fa tornare Efisio in Sardegna per uccidere lui stesso Egidio Porcu (Franco Fabrizi). Ma Efisio non da ascolto alle parole di Don Leandro. Arrivato segretamente in paese corre subito da Domenicangela per passare una notte d’amore con lei. Nel frattempo Egidio Porcu viene ucciso lo stesso da un misterioso assassino, così che Leandro può dire tutta la verità al giudice e discolpare Efisio. Tornato da Milano, Efisio si accorge che tutti i popolani non gli rivolgono la parola. Viene a sapere dalla moglie che stanno per avere un bambino, e che gli abitanti del paese pensano non sia lui il padre, ma il defunto Egidio Porcu. Per questo il disonore e il malcontento popolare, sebbene Efisio sappia che è figlio suo, si è abbattuto su casa Mulas.

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Efisio vorrebbe raccontare la verità, ma metterebbe nei guai Don Leandro il quale, estremamente ricco e pieno di conoscenze, gli fa capire che i suoi sette avvocati farebbero ricadere tutti gli omicidi su di lui. Cerca di rintracciare il vero assassino di Egidio Porcu, ma nel momento in cui questo spiffera la verità, lo fa in dialetto sardo, e il carabiniere veneto amico di Efisio non riesce a comprendere una singola parola. Successivamente, l’assassino del Porcu viene a sua volta ucciso da un suo nemico. Efisio, senza più speranza e in un stato di follia, la notte porta Domenicangela in piazza e la uccide difronte agli abitanti del paese. Il giorno dopo, Mulas viene scortato dai carabinieri alla nave che poi lo condurrà sul continente e da lì fino al carcere. Ma durante questo tragitto, Efisio si sente più sereno perché ha riacquistato l’onore e la fiducia dei suoi compaesani. I fratelli della defunta Domenicangela guardano Efisio andarsene via e lui sa benissimo che quando tornerà dovrà affrontarli. La faida è aperta.

Una storia che si contorce tra avvocati, onore, codice penale italiano e quello sardo, e la realtà. Le terre della Sardegna sono descritte come il grande West in cui governano la faida e il disonore che deve essere lavato assolutamente. Durante i titoli di testa compare questa scritta “Il 7 ottobre 1954 la Sardegna ottenne l’autonomia regionale, un provvedimento costituzionalmente doveroso a lungo invocato, ma assolutamente inutile, perché il popolo sardo è sempre stato autonomo sotto ogni punto di vista e, da che mondo è mondo, forse anche troppo. Il tanto celebrato Far West di cento anni addietro, appare al confronto della Sardegna di ieri e di oggi, appena appena come un paese moderatamente irrequieto”. Zampa, con stravagante ironia e una realtà tragicomica, buffa e deforme, si inerpica sulle montagne dell’entroterra sardo; lì dove la giustizia dello stato non riesce a passare. Tutto è al quanto una grande caricatura che, a pensarci attentamente, non si discosta dal vero e ci porta a ridere ma a pensare allo stesso tempo. Un dramma di personaggi che sono sia amici che nemici; persino i parenti più stretti si fanno scudo del codice d’onore contro la loro stessa famiglia. Persino la madre di Efisio, (Tecla Scarano), ad un certo punto, cerca di convincere il figlio a uccidere la moglie per riavere di nuovo il rispetto dovuto. Ed Efisio, se all’inizio è il più moderato, moderno e raziocinante del paese e della sua stessa famiglia, alla fine diventa dubbioso della stessa verità che lui conosce benissimo, e finisce con l’essere un uomo d’onore. Allo stesso tempo, Don Leandro Sanna, è moderno quanto Efisio, forse anche troppo; vuole restare vivo il più possibile e per questo non si risparmia dalla corruzione, dalle minacce e quant’altro.

Il resto dei personaggi, fra abitanti e non, è un allegorico disegno dei difetti che furono; perché non è mai facile instaurare un nuovo modello di giustizia in un luogo dove c’è già un tipo di giustizia. I carabinieri, infatti, non sono altro che personaggi di contorno; guardano, sentono, seguono ma il loro potere è sprecato. Da una sceneggiatura di Piero De Bernardi e Leonardo Benvenuti, la storia è sempre in costante stallo tra realtà e fantasia; tra realtà italiana e sarda.

 

 

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