Fahrenheit 11/9 – Con Trump tutto brucia meglio

di Lorenzo Borzuola

Michael Moore torna a scandalizzare gli scandali e le nefandezze della politica statunitense, dando maggiore spazio al nemico del momento; Donald Trump. Questo è l’ultimo film del regista americano. Questo è Fahrenheit 11/9.

Se Stanley Kubrick fosse sopravvissuto a quest’era e se avesse potuto vedere l’America di Trump, molto probabilmente avrebbe diretto lo stesso Doctor Strangelove. Oppure ne avrebbe fatto una critica farsesca e intimidatoria ancora più grande e agghiacciante, senza però dimenticarsi di due ingredienti fondamentali. Gli stessi che poi utilizzò nel 1964 per la scrittura e la messa in scena del suo cult. Ironia e Paura. Ma non è stato così e noi tutti sappiamo che sarebbe stato grandioso.

Ci pensa però Moore, altro grande personaggio e narratore infervorato della nostra epoca. Con Fahrenheit 11/9 (titolo che fa riferimento al suo lavoro precedente “Farenheit 9/11”), il regista/condottiero e grassoccio (egli stesso simbolo vivente dell’americano medio), racconta Trump e lo fa come sa fare lui; accozzando bene e male, democrazia e dispotismo, razzisti o pacifisti. Ma alla fine, ciò che ne viene fuori, è un grido disperato, e non di speranza, verso ciò che sta accadendo. Verso ciò che è già accaduto e che, con molta probabilità, avverrà. Solo con una totale estinzione di quei benemeriti WASP, puritani, e con una completa mescolanza di nuove etnie gli Stati Uniti potranno finalmente dichiararsi come custodi della Democrazia. Quando, insomma, l’americano medio non avrà più manie di grandezza e, essendo un gran mix di culture e immigrati, sarà sullo stesso piano, senza più distinzioni.

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Ma ora è Farenheit 11/9 a parlare, incominciando proprio dalla candidatura di Donald J. Trump, avvenuta per burla, farsa e scherzo e trasformatasi poi in quelle funeste elezioni di due anni fa (il 9 novembre 2016); quando la vittoria di Hillary Clinton era già sulla bocca di tutti e trepidanti erano i suoi elettori. Poi, la storia si capovolse; come ha sempre fatto. Poi, il male in persona: misogino, xenofobo, razzista, probabilmente un violentatore del proprio sangue e il macho macho per eccellenza. Da industriale a show man fino alla presidenza.
Ci avevano già pensato il regista Barry Levinson e Robin Williams nel 2006 con “L’uomo dell’anno” a fare una satira verso le politiche precedenti. Dalla figura di Ronald Reagan (da attore a presidente), allo scandalo delle votazioni truccate.
Sempre Levinson aveva diretto “Sesso & Potere” riferendosi agli scandali sessuali di Bill Clinton.

Quello che invece fa Moore è l’opposto. Si limita a mostrare sfacciatamente, senza romanzare o nascondere sotto forma di critica velata e ben decorata, l’uomo Trump; ovvero colui che non ha paura di dire ciò pensa, colui che con la prepotenza si prende gioco dei deboli, degli sfidanti, e che aizza la folla nel rispetto delle armi e della violenza maschilista, sessista e razzista. Tranquillo, ogni riferimento a fatti avvenuti durante gli anni ’30 in Europa e a individui dittatori, non è assolutamente casuale. Perché è così. E insieme al turbamento di come una buona parte degli USA abbia potuto eleggere un personaggio del genere, si ride perché un individuo così riesce anche a suscitare una grottesca e insidiosa risata.

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Successivamente, Moore, dopo quest’inizio, lo stesso che introduce il film, si avvicina ad altri fatti, eventi e personaggi che non sono certo migliori di Trump. Se il sorriso rassicurante della Clinton poteva essere un fattore positivo durante le elezioni, sappiate che anch’essa è complice di questa immensa crisi sociale, e ciò che viene mostrato è la rassicurante falsità di come sono andate realmente le cose. Gli Stati Uniti sono un macello da cima a fondo; dal più insignificante tassello del partito democratico fino al più grande stronzo repubblicano. Moore mostra le nefandezze del governatore Rick Snyder (appoggiato poi da Trump) e la crisi dell’acqua contaminata nella città di Flint, in Michigan (secondo le statistiche, Forbes la definisce come una delle città più invivibili degli Stati Uniti). Il regista ricorda che lo scandalo è anche opera di Barack Obama, che proprio dopo il suo intervento nella città di Flint ha iniziato a perdere voti.

Si ritorna poi a ridere. Un film documentario che non smette di fare su e giù, tra una risata, un sorriso amaro e un lento mal di stomaco, che è l’unica cosa che passa con più lentezza. Ed è proprio questo il senso del nuovo film di Moore; non più solo paura e ironia ma anche e soprattutto il disgusto. Disgusto per aver permesso tutto questo e di essere caduti più in basso, in un buco oscuro e putrescente dal quale è difficilissimo uscire. Tuttavia, Moore da un consiglio su come poter riacquistare la ragione e il pensare bene. Ci vuole un tipo come Trump, perché solo vedendo che tipo è si può decidere di non volerlo più, ed eliminarlo. Il classico detto e saggio modo di dire, una volta toccato il fondo non si può fare altro che risalire e si sale in maniera migliore. O almeno così si spera.

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Ciò che viene riportato, in parte era stato già documentato nel precedente lavoro del regista, “Michael Moore in Trumpland”. Fahrenheit 11/9, ora al cinema.

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