Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi – Primo film del drammaturgo Marco Martinelli

di Lorenzo Borzuola

Una scommessa, quella del regista e attore teatrale Marco Martinelli, di aver voluto trasporre in immagini visive e per il cinema, la sua opera teatrale Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi. Assieme alla moglie, Ermanna Montanari, già sua musa e interprete nella precedente versione teatrale scritta dallo stesso Martinelli, si riprende la vita della combattente ed eroina cambogiana Aung San Suu Kyi ripercorrendone i tratti più salienti. Il tutto con occhio indagatore che guarda sempre al teatro contemporaneo e a quello dei grandi, in più con la forza statica del cinema.

La vita di San Suu Kyi è rievocata a partire da un magazzino di costumi. Una bambina dai capelli rossi si addentra in quel labirinto quasi infantile e surreale. Racconta questa storia orientale che parte proprio con l’arresto della donna birmana, costretta a vivere un intero ventennio prigioniera. Guida democratica e politica del suo paese, appena ha preso in mano il suo compito non può tirarsi indietro. Perciò San Suu vive lontana da suo marito e dai figli, ma con la forza di chi vuole lottare e ha a cuore la libertà del suo popolo. Dagli anni ’80 fino al vittoria del Nobel per la pace nel 1991, e poi ancora segregata fino alla sua liberazione avvenuta il 13 novembre 2010.

Un dramma e una ferita storica che non possono nascondersi con facilità. Martinelli utilizza il gioco fanciullesco per rendere a tutti comprensibile una storia come questa, fatta di ingiustizia e detenzione. Lo scherzo e il ridicolizzare i poteri forti sono ingredienti fortemente presenti in questo film. Agli stessi generali-dittatori il regista concede una rappresentazione buffonesca e una satira che cerca di metterli ancora più in difficoltà. All’attrice protagonista, Ermanna Montanari, il compito di rendere queste immagini ancora più forti, grazie ad una recitazione spontanea, vera e assolutamente incline e vicina alla figura dell’eroina.

Tutto intorno, tra una scena e l’altra e, molto spesso, nella scena stessa, il coro formato da venti bambine che intensificano la storia, la giustificano o la giudicano; come il vero coro greco sa fare. Il coro, che è simbolo dell’essere umano nella sua singolarità e pluralità. L’utilizzo di giovanissime attrici, è una scelta che non a caso ricade su questo progetto; è la volontà, da parte del regista e dei suoi attori, di portare una vicenda dalla lontana Birmania fino a noi. Vedere la realtà birmana con i nostri occhi, con una sorta di occidentalizzazione che comunque non deforma niente e non cerca compromessi storici. Lontana o no che sia la Birmania, la storia di Aung San fa riflettere e fa scalpore in estremo Oriente come in Occidente.

Il film di Martinelli è un forte strumento non solo sociale, ma anche cinematografico e teatrale. Il riferimento a Bertolt Brecht non è un caso e con lui tutta la drammaturgia del teatro eroico del Novecento. Tuttavia non mancano i riferimenti a Pasolini e Fellini; due modelli di lavoro e di pensiero per lo stesso regista,  il cui grande tentativo è quello di descrivere il bene in un mondo infernale. Con “Vita agli arresti”, pare che si sia riuscito.

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