Kihachiro Kawamoto – Quando la regia diventa espressione di una cultura

di Irene Bondi

Kihachiro Kawamoto si presenta ai nostri occhi da occidentali come un genio dell’animazione giapponese, capace di unire la tradizione e la cultura del suo paese alla struttura tipica del realismo europeo. Un regista che cerca di creare film sul Giappone diretti, però, a un pubblico internazionale; di fatto in Asia non riuscì mai a raggiungere la fama né la soddisfazione economica.

Egli ricerca, per tutta la sua carriera, la padronanza di una tecnica di straordinario impatto visivo: l’animazione a passo uno con l’uso di bambole giapponesi. Tali bambole derivano dalla secolare tradizione del teatro delle marionette, il Bunrako, presente in Giappone dal XVI secolo, e sono le protagoniste indiscusse di tutta la sua produzione. La scelta di creare tutte le sue animazioni usando come personaggi le marionette giapponesi decreta la cifra stilistica di Kawamoto, un autore che cerca di mostrare il suo paese utilizzando tutti i mezzi espressivi che il cinema può fornirgli.

Soffermandoci in particolare su quattro dei suoi cortometraggi è facile individuare molti elementi tipici del Giappone. In The Demon (Oni, in lingua originale) il regista sviluppa l’azione su uno sfondo nero creato con l’utilizzo della lacca. La lacca giapponese è attestata come metodo di decorazione di oggetti fin da 5 mila anni fa ed è ancora utilizzata in Giappone, e in altri paesi dell’Asia, e venduta a prezzi esorbitanti in tutto il mondo. Lo sfondo che Kawamoto sceglie di utilizzare è quindi immediatamente riconducibile al paese dove la scena sta avvenendo, sia per lo spettatore locale che per quello occidentale.

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The Demon richiama anche una tradizione religiosa e popolare asiatica, quella degli Oni. Nella storia la madre dei due protagonisti si trasforma in un’entità malevola che aggredisce i figli; è posseduta da un demonio tipico del buddismo giapponese: un oni, appunto. Inizialmente questi erano visti come presenze neutre poi divennero esseri negativi e, anche se non sempre malvagi, sicuramente dispettosi. Ma perché una signora innocente e pia come quella rappresentata all’inizio del corto dovrebbe venire posseduta da un demone? La risposta è semplice, nella cultura giapponese è diffusa l’idea che la vecchiaia sia un male, ad ogni persona è concesso un tempo per vivere sulla terra, quando questo limite temporale viene oltrepassato i confini tra il mondo dei vivi e quello dei morti diventano flebili. Ed è qui che Kawamoto commette il suo errore più grande: il significato di The Demon è decisamente complicato da comprendere per uno spettatore europeo che non conosce questo particolare aspetto delle credenze orientali. Guardando il cortometraggio lo apprezziamo indubbiamente per la qualità della tecnica e la peculiarità della storia ma sicuramente non per un significato che non riusciamo a capire.

Un altro corto fondamentale per capire il regista è Dojoji Temple. Un’opera che narra la storia della follia d’amore di una giovane ragazza per un monaco buddista. Troviamo, di nuovo, il tema religioso: l’impossibilità da parte dei monaci di avere relazioni, la divisione del tempio in zone accessibili e zone non accessibili, il divieto alle donne di entrare nell’area sacra del tempio, etc. Oltre a questo aspetto viene trattato anche quello artistico; infatti gli sfondi sono creati imitando le antiche decorazioni delle pergamene giapponesi. Infine, possiamo trovare l’aspetto culturale e popolare nella vicenda della protagonista. Innamorata follemente, intraprende un viaggio incredibile alla ricerca del suo amato e, nel pieno del suo delirio d’amore, si trasforma in un drago che, perso il controllo, provoca la morte del giovane e la sua.

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Un frame de ‘La casa fiammeggiante’

Altro corto tragico di Kawamoto è La casa fiammeggiante. Vi si ritrovano gli stessi elementi delle opere precedenti, per esempio gli sfondi sono molto simili a quelli di Dojoji Temple e anche la storia presenta delle affinità. La casa fiammeggiante racconta dell’innamoramento da parte di due nobili per la stessa ragazza che, fin da subito, si presenta devota a Buddha e disinteressata alla mondanità. I due uomini, nel tentativo di conquistarla, la spingeranno al suicidio che le permetterà di rimanere fedele al suo dio. Poi, davanti alla sua tomba, i due si daranno la morte vicendevolmente. Il corto rappresenta il conflitto, tipico del teatro tragico giapponese, tra Hon’ne (desideri profondi di una persona) e Tatemae (quello che la società richiede ai cittadini). Tale opposizione quasi sempre si risolve con la morte, infatti Kawamoto ci mostra come i tre personaggi possano infine riposare insieme, sepolti uno di fianco all’altro. Immediato è il collegamento con la tragedia greca, con una Antigone che muore lottando tra le leggi del cuore e le leggi della polis.

Kawamoto non si è dedicato solo al corto tragico ma anche a quello comico, ne è un esempio Hanaori. La storia è semplice e, ancora una volta, legata alla religione buddista. Un monaco novizio viene lasciato a custodire il ciliegio sacro del tempio ma sarà facilmente tratto in inganno da due soggetti intenzionati a rubarne un ramo. Il regista con questo corto mette sullo schermo la tradizione giapponese, tipica tra le compagnie di amici, di riunirsi per sorseggiare sakè davanti a un ciliegio in fiore. Inoltre, il sakè era in origine una bevanda riservata ai monaci per aiutare la meditazione. Kawamoto ci presenta un monaco mezzo addormentato e ubriaco che forse ha esagerato sia con il sakè che con la meditazione.

Con ironia nelle commedie e con serietà e misticismo nelle tragedie, questo autore ci presenta un Giappone carico di credenze religiose e popolari, imbevuto di misteri e magia. Ogni volta che vuole identificare una scena come magica o sovrannaturale lo fa immergendo i personaggi in una specie di nube creata sulla pellicola con tanti piccoli punti bianchi. Il regista segue lo spettatore passo per passo e lo aiuta a capire cosa sta succedendo, a volte inserendo anche delle didascalie; fornisce al pubblico informazioni continue sulla cultura, sulla religione, sull’arte e sulla società giapponese. Kawamoto sviluppa un linguaggio adatto per parlare con lo spettatore europeo, un metodo comunicativo che raggiungerà piena realizzazione nella sua ultima opera (e unico lungometraggio): Il libro dei morti.

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