Intervista ad Ana Asensio – In regia contro i mostri di New York

(leer en español)

Intervista di Ettore Arcangeli.

L’attrice spagnola Ana Asensio è stata ospite del RavennaNightmare Film Festival. Dopo la serata conclusiva del 3 novembre è stato proiettato il suo film d’esordio come regista e sceneggiatrice, Most Beautiful Island, e si è concessa per un’intervista.

Ecco quello che ci ha confessato.

Il film è ambientato a New York, e vuole raccontare la prima esperienza in città di Luciana. Lei è persa in questa metropoli troppo grande per lei, e continua a fidarsi di chi non dovrebbe. Hai provato anche te queste sensazioni di confusione e smarrimento quando ti sei trasferita a New York, o è solo una finzione?

No, questo è parte di come me la potevo cavare in città: in parte per necessità e in parte per intimità. Cioè, necessitavo di fidarmi di nuove persone. Era una parte della mia personale ricerca. Ero molto giovane, e volevo conoscere i miei limiti come persona. Vedere quanto potevo resistere senza chiedere aiuto. Dovevo essere forte e avevo come obbiettivo questa ricerca interiore.

Anche te sei emigrata dal tuo paese, arrivando in una città disorientante come New York. Quello che succede a Luciana, rappresenta il male che c’è nelle città di oggi, dove non è sempre bene fidarsi. Come le capita a Luciana nella scena del cocktail party.

Nelle grandi città c’è più del buono come del male. Sopravvivere in una città come questa richiede un grado di egoismo semplicemente perché è necessario come la sopravvivenza nella selva. Per me, soprattutto, tutta questa gente alla festa, sono tutte vittime di una società in cui tutto si mette in vendita e si ha coscienza che lo si possa comprare.

Fino a che non si è aperta la porta di questa ‘sala giochi’ ero molto spaventato perché non comprendevo quello che sarebbe potuto accadere alla protagonista: una specie di paura dell’ignoto. Alla fine Luciana, senza fare spoiler, riesce a uscire da questa situazione.

Alla fine lei è più sicura di se stessa e può vivere nella società newyorchese. Per un lato. Per un altro lato, quello che per me ha un significato più profondo e importante, è che all’inizio della pellicola ci sono personaggi che non sono solo persi e indifesi. Alla fine vediamo che c’è stata una trasformazione, non solo perché lei è riuscita a sopravvivere a una situazione complicata  e molto pericolosa, ma anzi perché ha sconfitto questo senso di colpa e si è liberata di quel peso che si trascinava: una colpa che non la lasciava vivere.

Il fatto che non sappiamo quello che ha passato perfettamente, non sappiamo che è successo in Spagna a Luciana e quindi non possiamo comprendere totalmente la sua incapacità di vivere lì, anche perché la sua famiglia l’ha perdonata. Allora in questa atmosfera d’incertezza il pubblico si domanda perché lei non ritorna a casa di fronte a queste difficoltà.
Un’ultima domanda sui tuoi progetti futuri.

Attualmente sto cercando un produttore per un prossimo film.

Buona fortuna!

Grazie mille.

Il tuo nuovo lavoro sarà sempre ambientato a New York?

No, non sempre. Questa storia che ho scritto è come un passo dopo il primo. Nel primo ho voluto raccontare da dove vengo. Questo è un passo non propriamente biografico, ma che parla di una persona che vive a New York e lì è integrata. Senza dubbio, ma piacerebbe raccontare una storia in Spagna. Quando andai a New York avevo 22 anni e mi serviva una giustificazione: il corso di recitazione. Alla fine è una questione di identità. Credo che sia una necessità esporsi in altri luoghi e in altre culture.

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