Alice Coltrane – Something About John Coltrane

di Filippo Arcangeli

 

Siamo nel 1971 anno d’uscita di Journey in Satchidananda, Alice McLeod nota come Alice Coltrane realizza uno degli album più importanti della storia del jazz d’avanguardia.

La morte di John (1967) rappresenta una fase esistenziale rilevante della vita di Alice e spingerà l’artista di Detroit a voler continuare tutto quello che le aveva trasmesso: il loro amore seppur durato quattro anni è stato uno dei legami più profondi della storia della musica.

John Coltrane morì a causa di un cancro al fegato causato dall’abuso di eroina dalla quale si era liberato da circa 10 anni. La sua disintossicazione era iniziata in concomitanza con la sua ascesi mistica. Partendo dalle sacre scritture si avvicinò poi all’Islam, all’Induismo, al Buddismo e all’Ebraismo. La conoscenza di tutte le religioni era un chiaro segno del bisogno di spiritualità che doveva poi riflettersi sia nella vita che nella musica.

Quando molti pensano ad Alice vedono in lei una reincarnazione del marito, come dice il critico musicale afroamericano Amiri Baraka “Alice è una proiezione mondana dello spirito di John”. Questo è in parte vero. Dopo averlo conosciuto nel 1963 grazie ad un ingaggio che la portò ad aprire con la band di Gibbs alcuni concerti del gruppo di Trane a New York  nacque la loro storia, che poco dopo la condusse a far parte del gruppo del marito come tastierista. “John m’insegnò a suonare a tutto tondo, in altre parole a non fissarmi su un punto e limitarmi a quell’accordo: ‘Allargati, apriti, suona l’intero strumento’, diceva”. Con queste parole la Coltrane esprime una sentita riconoscenza verso l’uomo che fu anche suo mentore.

Sfortunatamente il suo lavoro è stato valutato dalla critica musicale con pesantezza basti pensare che nel 1992 Richard Cook scrittore di jazz britannico disse: “Gli album contenenti la sua musica fanno sovente l’effetto di diversivi svagati e incoerenti. Viene da chiedersi quanta attenzione avrebbe ottenuto se fosse rimasta un’Alice McLeod qualsiasi”. A nostro avviso questo non è altro che un commento nato dalla natura maschilista del jazz perché la musica di Alice è ovvio che è il frutto dell’influenza coltranesca ma questo non significa che lei non abbia interpretato a modo suo i precetti insegnati. Stiamo comunque parlando di un artista che aveva studiato musica classica alla Cass Technical High School di Detroit e aveva poi iniziato frequentando esponenti di punta come Yusef Lateef, Kenny Burrell e Joe Henderson.

L’incontro a New York fu un momento che non solo farà di Alice la persona che è ma anche un momento che condizionerà la musica di John. Impressionato poi dal free jazz di Albert Ayler e Archie Shepp, voleva allargare i propri orizzonti espressivi, radicalizzandone le forme: arrivarono così AscensionMeditations Kulu Sé Mama.

Insieme sono stati due parti complementari di un unico spirito musicale, dopo solo quattro anni insieme Alice si è fatta carico del peso che John ha lasciato. In tutti i sensi è arrivata ad una profonda esplorazione della musica jazz caricandola di atmosfere cosmiche e solenni grazie anche alla collaborazione del sassofonista Pharoah Sanders, il contrabbassista Jimmy Garrison e i batteristi Rashied Ali e Ben Riley, partner abituali del marito.

Alice sarebbe diventata Turiya, in sanscrito “pura consapevolezza” dando corpo all’attitudine “universalista” manifestata da John nel tratto finale dell’esistenza: non banale emulazione, bensì l’avverarsi di un’intenzione destinata a rimanere altrimenti incompiuta.

Dall’album Ptah, the El Daoud, 1970

 

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