Il Sindaco – La recensione del film de Le Iene

di Ettore Arcangeli

Ismaele La Vardera è un giovane giornalista siciliano, che appena ventenne con le sue denunce ha fatto cadere la giunta del suo paese natale, Villabate.

Nel 2017 si candida a sindaco di Palermo, guadagnandosi l’appoggio di Lega e Fratelli d’Italia. Scelta ardua da comprendere, che l’ha portato a raccogliere solo il 2,59% delle preferenze. Inoltre, il giovane candidato sindaco, durante la campagna elettorale, ha filmato tutti gli incontri privati a cui ha partecipato insieme ai politici locali e nazionali. E cosa ancora più grossa ne ha fatto un film per rendere la politica una scatola trasparente.

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Il Sindaco, Italian Politics 4 Dummies racconta quindi tutta l’avventura politica di questo ragazzo siciliano, dall’inizio alla fine. Il film è prodotto da Davide Parenti e Claudio Canepari, autori anche del programma televisivo Le Iene.

E questo film ha molto in comune con il programma delle reti Mediaset. A cominciare dal protagonista, che è letteralmente una iena. Ma anche lo stile e lo sviluppo della storia hanno quella forte componente di entertainment caratteristica di uno dei programmi di punta della tivù italiana.

Quando Ismaele si candida a sindaco riesce a riunire un nutrito gruppo di giovani che vogliono dargli una mano per cambiare Palermo. Grazie al loro impegno riescono ad attirarsi addosso molte attenzioni e a diventare interessanti anche per i politici più navigati, sia locali che nazionali.

Durante incontri privati -che il nostro registra segretamente- questi politici cercano, e in alcuni casi ci riescono, di portarlo dalla loro parte: chi offrendo un assessorato, chi un posto di lavoro, chi degli accordi politici. Da Matteo Salvini, Giancarlo Giorgetti, Giorgia Meloni e Ignazio La Russa ottiene un forte appoggio nonostante parta da posizioni opposte. Infatti quando l’attuale Ministro dell’Interno si interessa per primo alla candidatura di La Vardera, questo risponde che la sua Palermo dovrà essere una città accogliente. Sostanzialmente, i due padani se lo lavorano e lo usano come testa di ponte per sbarcare nel capoluogo siciliano e il giovane candidato sindaco si ritrova a pontificare sui respingimenti e sui clandestini, come mai avrebbe pensato prima.

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Gianfranco Miccichè, Rosario Crocetta e Totò Cuffaro invece rivelano al pubblico quali sono i giochetti della politica dentro i palazzi.

Il primo, gli propone un assessorato o un posto di lavoro all’interno del comune.  Il secondo, Governatore della Regione Sicilia e membro del Partito Democratico, gli chiede di inserire un suo uomo nella squadra per garantirgli un appoggio -nonostante sia già in quel momento candidato della destra. Tutto questo a patto che, alle primarie del partito, lui porti i suoi collaboratori a votare per Michele Emiliano, così che si possa dare una bella lezione a quel Renzi.

Da uomo navigato qual è Totò Cuffaro, gli promette in cambio dell’appoggio ad un altro candidato sindaco dopo il ballottaggio non solo un ruolo nell’amministrazione ma anche un posto in lista per le politiche nazionali.

Il quadro non mi sembra così sconvolgente, a meno che non lo si guardi con gli occhi di un verginello idealista della politica che non ha partecipato nemmeno alle elezioni per il rappresentante di classe del liceo.

Parlando seriamente, ciò che può essere moralmente sbagliato è la proposta del posto fisso di Zaloniana memoria.

La parte più tragicamente interessante è la proposta di compravendita di voti che un boss mafioso gli presenta. È anche il motivo per cui oggi Ismaele e la sua famiglia non possono più vivere senza scorta. Perché dopo l’incontro, prima ancora delle elezioni, va in questura e denuncia Antonino Abbate.

In tutto questo c’è da capire se Ismaele ci abbia sempre creduto, o se ad un tratto abbia pensato di fare un «esperimento». Nel secondo caso, c’è da muovere un giudizio morale anche su di lui: e difficilmente sarà negativo. Non serve essere mafiosi per essere disonesti. Basta giocare con le speranze e il diritto al voto dei cittadini.

Anche perché Giorgia Meloni c’è rimasta male.

“Purtroppo non sono il politico che volevi descrivere: sono quella che ancora si fa fregare da un ragazzino di ventitré anni.”

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