Glass – Tre protagonisti e la tragicità del supereroe

di Lorenzo Borzuola

Si è sentito dire che stavolta M. Night Shyamalan non abbia raggiunto il massimo, stando anche alle aspettative degli appassionati dei suoi film che con quest’ultimo si aspettavano forse di meglio. Di meglio? Glass, che uscirà nelle sale italiane il 17 gennaio, già sembra aver diviso in due pubblico e critica. Per noi della redazione di der Zweifel, che abbiamo avuto il privilegio di vederlo in anteprima a Roma, il sollievo scaturito alla fine della proiezione era perché avevamo appena visto uno Shyamalan allo stato puro: perciò un immenso film, marchiato dalla solita genialità del regista americano, ma con ritocchi e rimedi narrativi che non cadono nella scontata realtà dei film di supereroi. In effetti, già a partire da Unbreakable (2000), si intuiva che l’intento di Shyamalan era quello di dare una svolta differente al mondo degli eroi dei fumetti. La parabola di David Dunn altro non era che una reazione più grottesca e drammatica all’interiorità e alla tragedia del personaggio: superuomo e uomo comune, ovvero due aspetti distanti ma che tendevano sempre a incrociarsi e mescolarsi.
Due anni fa si passò poi a Split (2016), e ci rendemmo conto del possibile collegamento con il precedente film solo alla fine, quando la zucca pelata e il ghigno riconoscibile di Bruce Willis appariva in un bar di Philadelphia. Si aveva ancora più chiara l’idea che il regista tendesse più verso un’introspezione dell’uomo, lasciando il supereroe in preda a ragionamenti scientifici o che riguardavano più da vicino la sfera psicologica più che la forza fisica e i super poteri. Eppure, la trasformazione finale Di Crump (McAvoy) combaciava perfettamente con la classica metamorfosi di un superuomo.

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Si arriva a Glass che dovrebbe rappresentare la chiusura di questa inaspettata trilogia e con il quale Shyamalan da veramente il meglio di sé. Collega esplicitamente i film precedenti mettendo i due protagonisti, Willis e James McAvoy, a confronto focalizzandosi su un terzo personaggio, che in Unbreakable aveva un ruolo più di secondo grado e di supporto. Il terzo capitolo è invece rappresentato dalla scelta di Elijah Pryce, ovvero Mr. Glass (Samuel L. Jackson), di voler dare  una svolta al sogno tanto sperato: quello di veder nascere finalmente due uomini straordinari dotati di un’immensa forza fisica, lasciando che il mondo sappia della loro esistenza.

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Il film infatti si apre con la vicenda che chiude Split. Kevin Wendell Crump, dopo il massacro delle due giovani nello zoo, è un ricercato, in particolar modo da Dunn, ormai cavaliere mascherato nel tempo libero assieme a suo figlio -apparentemente l’unico a sostenerlo e a conoscere la vera identità. Non appena i due sono pronti ad uno scontro faccia a faccia, vengono arrestati dalla polizia e rinchiusi in un ospedale psichiatrico. Qui la dottoressa Ellie Staple (Sarah Paulson) cerca di studiarli, e assieme a loro anche Elijah, nell’istituto ormai da tempo. Il vero scopo della donna è quello di inculcare nella loro mente la probabilità che forse i poteri che essi hanno non sono altro che il semplice frutto di deviazioni fisiche, mentali e della troppa suggestione. E sembra anche riuscirci, sebbene Joseph, il figlio di Dunn, la madre di Elijah e la giovane Casey, sostengano il contrario: vale a dire che essi sono in realtà uomini dotati di poteri sovrumani. Ci penserà lo stesso Elijah a confermare quelle convinzioni, cercando di portare Dunn e lo schizofrenico Crump allo scontro sperato.

In questo caso è la mente di Elijah a minare la stabilità della società, rappresentata dalla dottoressa Staple, più incline a nascondere la verità piuttosto che a rendere noto al mondo l’esistenza di tre individui non comuni. E mentre noi siamo quindi pronti alla sfida epocale, al classico scontro fra supereroi, avviene qualcosa al quale non avevamo proprio pensato. Ma è meglio che non ve lo dica.

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Forse il film di Shyamalan con più colpi di scena e verità che devono venire a galla proprio per arrivare al punto di svolta, a partire da quell’incidente ferroviario che sembrava aver coinvolto in maniera diretta solo David Dunn ed Elijah Pryce. Eppure niente è mai come sembra, e quando sei ormai sicuro di come vada a finire, ecco che il buon vecchio Shyamalan cambia ancora la trama innestando nella linea narrativa collegamenti e spiegazioni, puntando proprio a quella tragedia umana che è insita in molte sue opere ma che qui forse è sottolineata con maggiore interesse; non tanto la speranza di un mondo difeso da esseri straordinari, quanto la speranza di poterli realmente e di vederli ritornare. Un film che ha infinite chiavi di lettura ma la più probabile è l’autodistruzione di ogni cosa bella, pura e utile da parte dello stesso genere umano, qui descritto dal regista come una cosca o un’agenzia segreta che, come le agency stesse, non fanno altro che deviare il corso degli eventi a loro piacimento e a loro scapito. Così come ha fatto la Cia per decenni, pare che anche ora il mondo e la società debbano continuare a non sapere, a fare finta di niente. Solo con una trovata, una mente calcolatrice e la forza del nido familiare tanto caro a Shyamalan, si può arrivare ad una conclusione sempre inaspettata, amara ma comunque speranzosa.

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Per quanto riguarda la recitazione bé, non c’è molto da dire. Conosciamo il caro Willis come un duro con cervello e fantasia. Samuel L. Jackson, ora un po’ più distante dai ruoli tarantiniani, è comunque sempre il furbo di turno, mentre McAvoy resta il vero attore fra i due. Come disse Sergio Leone parlando di Robert De Niro e Cilnt Eastwood (Bob recita e soffre nella sua ricerca di naturalezza mente Clint è già egli stesso un personaggio), anche adesso si potrebbe parlare di recitazione e sofferenza contro il personaggio che non ha bisogno di tante presentazioni o studi vari. Se Jackson e Willis, nonostante la bravura restano dei personaggi senza troppi abbellimenti e decorazioni, McAvoy invece soffre e lo si vede soffrire nella straordinaria interpretazione di Kevin Crump. Da Split a Glass l’attore scozzese s’impegna in maniera estenuante nel dar vita a dieci personaggi differenti, ricercando e cambiando voce, espressione e modo di essere per ciascuno di essi. Il risultato che si era già visto in precedenza, qui ritorna e con la stessa esuberanza e potenza. Questa recitazione caratterizza in maniera definitiva lo status bestiale e quasi divino di Kevin, contrapposto al più tranquillo e compiaciuto Dunn. Una differenza questa che in qualsiasi Marvel movie finirebbe con la resa dei conti: Shyamalan agisce diversamente ma non in maniera sbagliata.

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