Santiago, Italia – Il non imparziale Moretti racconta il Chile di Allende, della dittatura di Pinochet e dei suoi rifugiati

di Lorenzo Borzuola

“Volvarán las grandes avenidas donde pasará el hombre libre” – ultimo discorso di Salvador Allende dal Palazzo presidenziale prima di essere bombardato e invaso dalle forze golpiste l’11 settembre 1973

Nanni Moretti parte proprio da qui, dall’uccisione del presidente Allende che solo alcuni anni prima aveva il Chile nelle sue mani ed era pronto a trasformarlo. I discorsi accesi, gli interventi di Pablo Neruda o i concerti degli Inti Illimani negli stadi gremiti di persone, furono ben presto minacciati dalla politica diffamatoria degli avversari; sostenuti a loro volta dai militari e dalla CIA che disapprovava il governo di Allende. Saranno poi gli stessi militari di Pinochet a dare il via al golpe, bombardando il Palacio de la Moneda dentro il quale il presidente si era rinchiuso e aveva inviato il suo ultimo discorso. Da quel momento Pinochet sale al potere e una dittatura militare severa e tremenda si espande in tutto il paese. A Santiago de Chile sono migliaia i prigionieri e i giovani prigionieri ad essere incarcerati o in luoghi di detenzione o nello stadio per avere tutti sotto controllo. Moltissime le donne fatte sparire, anche solo per un mese, ma torturate senza pietà in attesa di una confessione.

Moretti si sente ispirato e in un momento di nostalgica atmosfera torna indietro al ’73, periodo in cui il suo sostegno al partito comunista, e quindi alla drammatica vicenda del paese cileno, era ancora molto forte. Santiago, Italia non è un manifesto di propaganda e satira contro i sistemi politici odierni, specialmente per quanto riguarda la situazione italiana. Ciò che Moretti intende fare non è dare una botta di rinnovamento con l’esempio di un grande fallimento sociale e umano avvenuto quasi cinquant’anni fa. Tuttavia, a coloro che hanno visto il film e hanno subito dato a Moretti del nostalgico comunistello in un mondo in cui il comunismo è morto, forse sarebbe meglio ricordare che il fascismo, in primo luogo in Italia, è rimasto forte e vivo e che perciò dovremmo riportare in auge almeno il buon senso ormai ammalato e quasi defunto in questo paese.

Ma in maniera più generale Moretti si limita a raccontare un pezzo di storia; una parte inscindibile di un paese, una nazione, di un popolo e così di tutto il mondo. Uno sradicamento di idee e convinzioni avvenuto dal giorno alla notte.

Naturalmente non può essere imparziale, come lo stesso regista dice all’ex militare e sequestratore Inturriaga, indispettitosi con Moretti perché l’intervista non era in realtà imparziale come credeva. A questo lamento Moretti risponde: “Io non sono imparziale!”.
E in effetti molte le testimonianze dei rifugiati, dei torturati piuttosto che dei torturatori e dei militari di regime. Solo due testimoni delle forze di Pinochet che naturalmente si dichiarano innocenti o non colpevoli fino in fondo. Un voltare la faccia dall’altra parte piuttosto che riconoscere a distanza di anni la veridicità dei fatti.

Con questo documentario Moretti fa un excursus storico che va dal colpo di stato di quel maledetto 11 settembre, fino agli arresti e alle sparizioni, dal muro dell’ambasciata italiana che molti cileni si videro costretti a saltare chiedendo così aiuto all’Italia fino al loro viaggio nel nostro paese. A distanza di anni molti di quei protagonisti ricordano, sdrammatizzano, si commuovono: raccontano il Cile, visto all’epoca come un patrigno severo e l’Italia come una madre amorevole; parlano della loro situazione precaria nel paese natale, in cui non sapevano se sarebbero stati torturati o direttamente uccisi, contrapposta a quella totalmente diversa in Italia, dove furono accolti e dove poterono integrarsi.

Lo stesso Moretti ricorda quegli anni e lo fa mettendo insieme il dato storico e le interviste. Un film davvero interessante e commovente, che riesce a spingerti oltre. Ci sono rimandi all’Italia di Salvini, è ovvio, ma non più delle critiche fatte nei confronti di questo film, accusato di voler dare un’immagine dell’Italia con il racconto cileno degli anni ’70. Ma Santiago, Italia è un documento che va oltre; racconta un’epoca atroce con la speranza di non doverla raccontare in futuro. Moretti non associa esplicitamente, se non in alcuni casi, la situazione italiana di oggi con quella cilena; ma ci sono le basi per un’analisi ancor più profonda e per critiche che naturalmente si scontrano con la crisi sociale e politica. Moretti è più sobrio del solito, proprio perché si tratta di un documentario e perché intende raccontare in maniera quasi asettica, anche se non è proprio così, un periodo atroce e drammatico. Eppure ad ogni intervista e ad ogni racconto il regista si mescola con i protagonisti e con i loro sentimenti, e il tutto finisce col trasformarsi in un discorso più vicino a noi, più domestico e umano. Assieme ai rifugiati si pensa all’emigrazione di oggi; si ride e ci si commuove con loro, si piange con loro nel ricordo di un momento, di un istante, di un’epoca.

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