“Il Primo Re” di Matteo Rovere – Romolo e Remo e il dilemma del Daino

di Lorenzo Borzuola

Il giovane e intraprendente regista, Matteo Rovere, già autore di Come il vento, per la prima volta mette in scena i due glorificati, storici e leggendari fratelli: progenitori di un impero millenario, ritratti in un colossale action movie storico curato fino al più piccolo dettaglio. Si avvisa immediatamente una maniacalitá nel ritrarre la società pre-latina sin dai primissimi minuti iniziali e nel momento in cui i due protagonisti compaiono ai nostri occhi.

Si salta la leggenda della lupa per iniziare subito dalla giovinezza. Romolo e Remo, due fratelli, due pastori e due caratteri totalmente differenti. Ad unirli è la stretta parentela ma soprattutto la miseria, la paura di non sopravvivere, di essere presi dalle orde della vicina Alba (Alba Longa) e l’amore e tutte le premure che Remo ha giurato alla madre di dare al fratello minore. La terra in cui vivono è descritta come una foresta dominata dai Velienses, come una palude all’apparenza sconfinata in cui vige la legge del più forte, e come uno spazio inesplorato e selvaggio, composto da tribù. In mezzo scorre il Tevere. Quest’ultimo, unico elemento veramente tangibile e riconoscibile che ci fa capire dove potremmo trovarci. Per il resto, la Roma degli sfarzi, degli imperatori, o quella descritta nei colossal Hollywoodiani è ancora un punto lontano all’orizzonte. I due leggendari parenti sono ancora i miserabili figli di nessuno; come gli altri poveri diavoli che a loro si uniscono in cerca di una terra dove piantare radici stabili.

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Remo è il duro, l’uomo senza dio e senza paura: non per niente il suo volto cinematografico è quello stralunato di Alessandro Borghi, totalmente distante da quello dell’attore napoletano Alessio Lapice, che nel film è un Romolo ingenuo, debole, legato al destino e alla scelta degli dei e più compassionevole dell’altro. Caratteristiche queste che ti spiazzano all’inizio, se si pensa solo a come andrà a finire. In effetti, tutti conoscono la loro storia, o meglio, solo quel piccolo passaggio che precede per un istante la nascita dell’impero. Matteo Rovere imbastisce quell’evento, precedendolo di qualche giorno o settimana, facendo calare lo spettatore in un’atmosfera tutt’altro che sfarzosa e imperiale. Si potrebbe dire che è la descrizione del selvaggio prima dell’ordine, e del rapporto di fratellanza che precede uno dei più famosi fratricidi della storia.
Si punta al realistico e all’analisi accurata della dimensione sociale, religiosa e antropologica dell’epoca, con un particolare interesse per la sfera linguistica.

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Alessio Lapice nei panni di Romolo

Dopo la piena del Tevere, Remo e Romolo vengono spazzati via, lontano, abbandonando tutto ciò che avevano. Un evento che li porta alla prigionia e al combattimento fino alla fuga assieme ad un manipolo di uomini. Remo, il più forte, porta sulle spalle il fratello ferito in un tragitto non ben precisato. Egli lo protegge, lo cura e lo sostiene e nel frattempo cresce il suo potere e il suo ruolo di capo. Destinato a regnare, geneticamente disposto al combattimento e alla conquista e convinto di voler raggiungere le sponde del fiume, finisce per impazzire nel momento in cui la vestale, che aveva rapito, attraverso un rituale divinatorio, vede il mesto futuro che lo attende. Il destino che tutti conosciamo. Deciso a non uccidere il fratello, fa strage di chiunque provi a contraddirlo. Ma il solco tracciato da Romolo è il segnale che la previsione della donna era ormai scritta e impossibile da ostacolare.

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Alessandro Borghi è Remo

La leggenda si mescola in maniera avvincente con una realtà meglio nota solo ai più appassionati, o agli storici che, assieme al regista, collaborano nel ricreare una situazione e un’epoca storica ben precisa; il tutto con quelle particolarità che solo a chi non è esperto possono sfuggire. Solo per poco, l’opera di Rovere sembra ricalcare il modello dei più noti colossal americani degli ultimi anni. Eppure lo studio e l’analisi non vengono abbandonate per fare spazio agli effetti speciali, che ci sono ma che non deturpano la narrazione.
In un dialetto proto-latino la vicenda si apre e si chiude, ma non termina lì, in un mondo quasi sconosciuto. Sull’onda di altre opere, come la serie televisiva Vikings, si traspone quella precisa realtà in immagini. Per fare un esempio, l’uso di pelli d’orso, nella descrizione delle antiche tribù italiche, sarebbe stato l’equivalente impiego di elmi cornati per raffigurare il prototipo stereotipato e falso del vichingo. Fortunatamente, niente di tutto questo viene ammesso, e si preferisce rimanere fedeli, puntando su l’uso di pelli di pecora o di lupo, sulla ricostruzione accurata di villaggi villanoviani e la ricostruzione delle armi, dei più preziosi amennicoli o dei rituali.

Per tutta la sua durata vieni rapito dalla forza delle immagini. Rovere non usa troppi elementi espliciti, non decora pacchiamente la leggenda e non glorifica troppo i personaggi. Al contrario, li spoglia di quell’aura mitica per farne due esseri abbandonati a loro stessi ma uniti, fino alla fine. Tutto il resto si riflette su di loro con crudeltà, con spietatezza ma anche con un naturalismo positivo, lontano dall’influenza divina e dalla nostra visione farcita di irreale, falsità storiche e immagini fantasmagoriche. Il regista preferisce focalizzarsi su un concretismo dei fatti, fedele alla leggenda ma più incline verso quella realtà che separa le due figure di spicco; fusi e poi separati dal giorno alla notte. C’è anche un’accurata descrizione psicologica dei personaggi che contribuisce largamente a fare del film ancor più interessante e significativo. Romolo è il riflessivo, il pensoso, colui che crede al volere di un ente supremo; non si spaventa quando viene a sapere dalla vestale che uno dei due dovrà morire. Anzi, prega il fratello maggiore di ucciderlo, convinto anche lui di dover soccombere alla forza e alla capacità di Remo. Romolo è quindi un uomo che si costruisce durante tutto il film; egli non è uomo, egli è ancora un fanciullo che, come in tutti i grandi romanzi di formazione, si evolve, si sviluppa, cresce e si arricchisce psicologicamente per poi subentrare al posto dell’altro. Remo, invece, è già costruito, ha già in mente cosa fare e in che modo; eroe vero e in tutti i sensi ma che finisce col diventare antitesi e antagonista quando il suo personaggio arriva ad un punto morto. Legato alla terra e alla realtà, sarà il troppo volere e forse anche il troppo amore verso Romolo a fare di sè un personaggio negativo e destinato a scomparire.

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Un film entusiasmante ed esaustivo, non c’è dubbio. Tuttavia, c’è però un particolare sfuggito ai più, ma non di certo a chi ne è consapevole e si è accorto durate la visione. Un particolare che, dopo averlo saputo, ha leggermente tormentato la mia persona, portandomi a chiedere se fosse un vero errore o solo un trucco voluto dal regista. Come avvenne per Umberto Eco, che nel suo bestseller Il nome della Rosa, fa mangiare ai frati del 1300 pomodori -ortaggio questo importato in Europa solo dopo il 1400, anche ne Il primo re, un dettaglio al quanto strano compare sottoforma di daino. Un animale del genere non si sarebbe potuto trovare nell’Italia del 700 a.C., visto che la sua importazione avvenne solo in epoche successive e quando Roma era già sorta e capitale del mondo occidentale. Eppure il dilemma del Daino rompe ma di poco la suspance narrativa: errore colto solo da un ristretto gruppo di persone attente. Tuttavia la riflessione nasce spontanea: è davvero un elemento sfuggito al regista o è un trabocchetto studiato e voluto?

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