Intervista di Ettore Arcangeli

Martedì 26 febbraio, al PostModernissimo, cinema della meravigliosa acropoli perugina, è stato ospite Claudio Giovannesi, regista de La Paranza dei Bambini, di cui ha curato insieme a Roberto Saviano e Maurizio Braucci la sceneggiatura, premiata al Festival di Berlino 2019 con l’Orso d’Argento.

Dopo il classico e sempre stimolante confronto con il pubblico, in cui sono emersi anche simpatici aneddoti sulla produzione del film, il regista romano si è concesso per un’intervista.

Iniziamo con i complimenti per la vittoria a Berlino. Immagino sia stata un grande soddisfazione. Riguardo al film invece, vorrei concentrarmi su alcune scene in particolare e su alcuni personaggi notati alla mia seconda visione: come il ragazzo dai capelli rossi che parla poco ed è timido. Negli otto personaggi avete quindi voluto descrivere vari tipi d’adolescenti? Assolutamente si, il film è un racconto corale. Il punto di vista è di un ragazzo che appartiene a una realtà corale, in cui ogni personaggio ha una sua caratteristica. C’è Nicola, il capo, che ha un sogno di giustizia che lo differenzia dagli altri. Lui vuole fare il bene attraverso il male, e ne è inconsapevole. Ha l’idea romantica di portare giustizia nel quartiere, un luogo dominato da un clan rivale. Poi c’è il suo amico Agostino, che è come se fosse un nobile, un ragazzo di sangue blu appartenete a una famiglia decaduta, che vive nel sentimento di rivalsa, di recuperare la grandezza della famiglia che non c’è più. È questo il sentimento su cui Agostino si basa e infatti la loro amicizia finisce per un problema di sangue. Perché lui tra l’amico e il fratello sceglie il fratello e l’identità del sangue. Poi c’è il più piccolo, Biscottino, che vive le cose in maniera ancora più incosciente, come se fosse una via di mezzo tra il protagonista e il fratello più piccolo. E poi ci sono i vari comprimari, O Rus, quello coi capelli rossi, Lollipop e Briato, che sono quelli che stanno accanto, che seguono e che si lasciano trascinare. Diventando poi però fondamentali perché fanno da guardaspalle e con la loro presenza partecipano.

Il primo amore tra Nicola e Lucrezia è vissuto in una maniera totalmente adolescenziale, nonostante il contesto. Alla fine c’è solo un modo per vivere l’amore che è quello di lasciarsi andare, al di là della classe sociale e della città. Il primo amore è la scoperta del sentimento che viene vissuto in maniera totale. E quindi anche per questo ragazzo l’adolescenza, l’età a cui rinuncia, è raccontata attraverso questo primo amore che è fondamentale. Quando lui prova a tornare indietro è per recuperare l’amore che stava vivendo: qualcosa di semplice e puro a cui sta rinunciando perché in quel momento sta rinunciando alla sua età alla sua adolescenza.

Rinuncia anche agli affetti e a quello che aveva di più caro. Il rapporto tra i due fratelli è molto bello, c’è protezione e Nicola vuole fare da maestro e un po’ da padre, in un film in cui mancano i padri. Nicola si prende cura dei bambini del quartiere, mentre il fratellino cresce anche lui con il mito della criminalità. Vedere la morte del piccolo, e come si è sviluppata la vicenda, è stato molto traumatico. I compagni non l’hanno portato nemmeno all’ospedale. Alla fine lui fallisce nel proteggere il suo quartiere e la sua famiglia. E la sua vita, avendo perso anche l’amore, sembra crollare. Fino alla scena finale. Il finale dice una cosa molto semplice: da qui non si può uscire. Una volta superato il punto di non ritorno non si può più tornare indietro. Non è possibile recuperare l’età che si è persa.  È questo ciò che dice il film: l’assenza della possibilità del ritorno alla vita di una adolescente normale. Il gioco è diventato guerra.

Ultima domanda. Volevo concentrarmi sulla mia scena preferita: quella della crostatina. Quella è una scena in cui viene raccontata in maniera semplice una dinamica che può accadere tra fratelli. Io l’ho fatta pensando a mio fratello. Questa è la realtà del rapporto tra fratelli, dove si vive anche il conflitto in  maniera così viscerale quando in realtà è un gioco.  È una scena che descrive i quindici anni. Anche se la tua vita è dedicata al crimine, rimani innocente. È l’età che hai che ti chiede di essere innocente.

Una scena veramente bella. Anche io, avendo un fratello con quella differenza d’età mi ci sono ritrovato. Anch’io uguale! Racchiude poi l’essenza del film: l’ultimo scampolo d’innocenza che poi se ne va. Scena bellissima. Grazie.

 

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