di Leonardo Ceccucci

Achille si svegliò e, per l’ennesima volta, vide davanti a sé la macchia verde che decorava il soffitto del suo appartamento da quasi un mese. Si tirò su dal letto e cercò le ciabatte, che si divertivano sempre a giocare a nascondino di prima mattina.

  • Allora volete venire fuori?! Vi pare che sia l’ora di scherzare a questo modo?

 Un po’ offese, le ciabatte si infilarono finalmente ai suoi piedi. Arrivò in cucina e si fece un caffè. Non capiva perché la sua padrona di casa non si decidesse a chiamare l’imbianchino. Era una donna molto distratta, ma lui non se la sentiva di chiederle troppo. Era già tanto se l’assistente sociale era riuscito a convincerla a mettersi in casa un pregiudicato. «Certo – pensò-sarebbe carino se riuscisse a guardarmi negli occhi per più di due secondi. Ma la capisco, povera donna!».  E infatti capiva benissimo come lei tentasse di evitarlo il più possibile e come cercasse di tagliar corto, quando parlavano di affitto o cose del genere. Quasi fosse spaventata da quei capelli bianchi, dal pizzetto e dagli occhi azzurro mare che si ostinava a non guardare. È molto triste quando la gente non vuole guardarti negli occhi.

Achille era depresso, ma non sapeva perché. Spesso gli capitava di ripensare a quel giorno, alle cose che aveva fatto, e allora restava fermo anche delle ore ad osservare il caffè nella tazza, mentre la sua mente vagava tra tristi pensieri.

Ma quel giorno no, non doveva essere così. Quel pomeriggio lo avrebbe passato con Alberto, il suo bellissimo nipotino. Suo figlio gli permetteva di vederlo abbastanza spesso. A volte, di sabato, Achille lo accompagnava al parco o al cinema. Ad Alberto piaceva molto il parco. Era un bambino vivace e si divertiva un mondo a giocare all’aria aperta. Anche quel giorno era un sabato e Achille sarebbe andato a prenderlo a scuola. Si accorse che erano le 15:30. Suo figlio era stato chiaro sull’ora:

  • Mi raccomando papà, non più tardi delle quattro capito?

 Sapeva che la puntualità non era il suo forte.

Si vestì in fretta, scese le scale, uscì dalla palazzina e si diresse verso la scuola. Per fortuna era ancora in tempo. Dopo una decina di minuti, la campanella squillò e i bambini incominciarono a uscire. Come lo vide, Albertino gli corse incontro:

  • Ciao nonno!
  • Ciao tesoro, – gli disse abbracciandolo forte, – allora, come è andata oggi a scuola?
  • Tutto bene. Nonno, sai, i miei amici oggi vanno al parco. Mi ci porti? Ti prego…

Achille lo guardò con dolcezza. E come poteva dire di no a quella testolina bionda.

  • Ma certo che ci andiamo.

Arrivati al parco Achille si sedette su una panchina mentre Alberto, lasciatogli lo zaino, corse dai suoi compagni                 . Lo guardava giocare sull’altalena o arrampicarsi sulle reti dei giochi. Amava quel bambino. Da alcuni mesi era diventato il solo motivo della sua esistenza. Ogni settimana aspettava con ansia il sabato per vedere i suoi riccioli biondi muoversi al vento e per abbracciare quell’esile corpicino. Nient’altro lo spingeva ad andare avanti. Osservandolo, ripensava ai tempi felici della sua giovinezza, al matrimonio con Natalia, che non avrebbe più riabbracciato, alla nascita di Pietro, al suo matrimonio e alla nascita di Alberto. Mentre lo guardava giocare si sentiva stranamente inquieto. Non sapeva perché, ma tutte le cose intorno a lui, i palazzi che circondavanoil parco, le persone lì vicino e persino il rilassante mormorio delle cicale, gli sembrava che portassero nell’aria quasi un pericolo. Prese a fissare Albertino e non lo perse mai di vista, come dovesse proteggerlo da chissà cosa.

Piano piano arrivarono le sette, l’ora di riportarlo a casa. Lo chiamò e il bambino corse verso di lui, anche se un po’ a malincuore. Fu gentile. Non volle che gli portasse lo zaino e gli prese la mano. Poco dopo arrivarono a casa del figlio, una bella casa in centro città. Lo avevano invitato più volte a venire ad abitare con loro, ma lui aveva sempre rifiutato, per non dare disturbo. Si affacciò alla porta la madre di Alberto, che lo invitò a rimanere per cena.

  • Ti ringrazio Susanna, ma stasera proprio non posso. Non me la sento.

 Un po’ delusa, la donna lo salutò, facendosi però promettere che lo avrebbero avuto a pranzo l’indomani.

Achille si avviò al suo appartamento. La sensazione che aveva avuto al parco non l’aveva lasciato, anzi. Ora, al crepuscolo, mentre le strade della città si facevano sempre più buie, la sentiva ancora più forte. Decise di aumentare il passo. Svoltato l’angolo, il sangue gli si gelò nelle vene. All’imbocco di un vicolo vide un uomo, di spalle, che premeva con una mano sulla bocca di una donna e con l’altra ne stringeva a sé la vita.

  • Sta ferma, sta ferma! Non ci vorrà molto. Sappilo bene, sei solo una troia, ma sei mia!

 Il tono tremendo con cui lo disse fece ribollire Achille di rabbia. Non perse un minuto, corse nel vicolo e gridò con tutta la voce che aveva.

  • Ehi tu, lasciala stare!

Quello si girò e lo squadrò da capo a piedi.

  • E tu cosa credi di fare, vecchio decrepito!

Lasciata la donna si diresse verso Achille, che già alzava in aria il bastone. Ma l’uomo fu più veloce. Lo bloccò e gli diede un pugno nello stomaco. Poi lo buttò a terra, facendolo andare contro i cassonetti. Si fiondò sulla donna, che nel frattempo si era messa a gridare aiuto. Achille riusciva ora a vedere solo lo sguardo di lei. Lo guardava con degli occhi bellissimi, spaventati, attoniti, gli occhi di una preda braccata. La sua mente tornò a quel giorno di quindici anni prima, nella cucina di casa sua, mentre stringeva le mani attorno al collo di Natalia, che lo guardava con quegli occhi che lui aveva tanto amato, odiato, sospettato. La gelosia lo aveva invaso e era bastato che lei facesse cadere un bicchiere per scatenare la sua furia, la stessa con cui quell’uomo teneva bloccata la donna. Non riusciva a rialzarsi e quest’impotenza lo faceva imbestialire. L’ultima cosa che sentì fu un assordante rumore dalla strada. Poi svenne.

Si risvegliò in un letto d’ospedale. Come vide il nonno muoversi Albertino saltò giù dalla poltrona e corse verso di lui. Achille fu contento di vederlo. Anzi di più, sprizzava felicità dagli occhi. Si svegliarono anche Pietro e Susanna.

  • Dov’è, dov’è la donna? – chiese subito Achille.
  • Sta tranquillo papà, è al sicuro. Qualcuno ha sentito il baccano e ha chiamato la polizia. Quel disgraziato si è dato alla fuga, ma lo hanno acciuffato.

Achille sentì un forte sollievo, ma avvertiva che le forze lo stavano abbandonando. Vedendo che gli occhi del padre si perdevano nel vuoto, Pietro gli prese la mano.

  • Coraggio papà. Sei stato bravissimo. Se non fosse stato per te sarebbe successa una tragedia.
  • Pietro promettimi una cosa.
  • Dimmi, ti ascolto.
  • Insegna a tuo figlio ad amare. Fagli amare la vita, il mondo e ogni  cosa. Insegnagli ad amare una cosa semplice, come i fiori. E soprattutto insegnagli a non calpestarli mai. Ci riempiono la vita di profumo e non è giusto dimenticarli per il nostro egoismo.

Detto questo cominciò ad alzarsi, e poco dopo era sopra le loro teste, poi sopra il tetto dell’ospedale, e infine si ritrovò più leggero che mai, a galleggiare in un prato di nuvole e fiori.

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