Se Get Out voleva essere un’ironica e fantasiosa parabola sul razzismo, specialmente quello nei confronti degli afroamericani che negli States sta tornando alla carica come i bianchi cavalieri Klux in Nascita di una nazione, con Us Jordan Peele allarga gli orizzonti e non c’è più un pensiero e un’analisi puramente di differenza etnica ma di mondi paralleli. Di nazioni come molti hanno pensato. Comunque una più sconcertante sintesi dell’era moderna vista con gli occhi di una comune famiglia americana.

Anche stavolta, il passato del protagonista è un chiodo fisso dal quale Peele non riesce ad allontanarsi. Adelaide Wilson (Lupita Nyong’o), rimasta fortemente traumatizzata da bambina dopo essersi ritrovata sola nella casa degli specchi di un luna park, ha ancora forti problemi ad affrontare la cosa con la famiglia. A suo marito Gabe non dice niente ma allo stesso tempo accudisce i due figli, Jason e Zora, in maniera oppressiva, per paura che crescano con le stesse fobie. Non si sa bene cosa ha visto quella sera quando era una bambina, e la risposta arriva in vacanza, dopo essere tornata a casa dalla spiaggia, sotto forma di sosia vestita di rosso e armata di forbici. A dire la verità sono quattro i sosia, quattro come i componenti della famiglia Wilson e non si sa bene cosa vogliono, fino a quando non si accomodano in salotto ed è lì che il film di Peele abbandona la prima fase, quella introduttiva, per svilupparsi in un thriller/horror psicologico, ma neanche troppo: con le basi per uno splatter commerciale ma con una duplice faccia.

Duplice come la natura stessa dell’opera del regista che per la seconda volta ti frega con colpi di scena e finali che ti lasciano di stucco. Sbalorditi in Get Out, si reta perplessi in US, dove ogni cosa, ogni personaggio e vicenda ha una doppia verità, e viceversa una doppia falsità. Un doppio risvolto che ti fa vedere l’intera storia come una parabola spionistica e scientifica per quanto riguarda quel mondo parallelo fatto di persone completamente identiche. E questo vale sia per i Wilson sia per ogni altro americano. Ognuno ha un sosia arrivato da un altro mondo, da un’altra dimensione, da un altro posto che vuole e che reclama un qualcosa che i “normali” già hanno. Identità? Libertà? Uguaglianza? Peele lo abbozza in maniera sequenziale ma senza specificarlo del tutto.

Sta di fatto che le chiavi di lettura di un film come Us sono molteplici e ognuno può avere un doppio significato contrastante. Davvero deviante è quando ti accorgi che c’è qualcosa che non va persino nel titolo e ci arrivi quando ormai il film è finito. Us, pronome personale inglese per Noi, ma sta anche United States. Ed è già un grande spoiler. Il resto dovrete cercarlo da voi. Che quindi Peele abbia trasformato la duplicità fra bianchi e neri nel primo film, trasformandola in una duplicità nell’intera razza umana?

Peele terrorizza non solo con le immagini. Non è quello che si è visto che fa paura, ma ciò che non si è visto che traumatizza. È ciò che non è stato detto che apre la mente con migliaia di domande. Facendo sempre il paragone con Get Out, l’opera prima era forte, energica, originale e il finale era abbastanza comprensibile. Us invece turba perché sin dall’inizio intuiamo come un film del genere non può che avere una chiave di lettura infinita. Un finale aperto ma con tanti possibili epiloghi differenti. Anche il genere traballa in una non indentificata sezione. E quindi si passa da un filmetto thriller con risvolti comici quasi per famiglie, rappresentata dalla comicità nera della famiglia Wilson, a uno studio psicologico sulla natura non solo dei diversi, dei sosia, ma dei normali che vivono spensierati la loro vita. Si passa da un thriller psicologico a una favola grottesca incentrata sulla natura del diverso, sui segreti governativi di cui l’America è piena, fino ad una probabile invasione ma non aliena, bensì……

E vedetevi il film!!

Una critica alla società che è traviante, e all’interno della quale compaiono anche Winston Duke, Elisabeth Moss, Evan Alex e Shahadi Wright Joseph

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