Seydou Tall è una star del cinema francese. Per promuovere la sua autobiografia viaggia fino in Senegal, la terra dei suoi avi. A Dakar incontro Yao, un tredicenne proveniente dalla parte opposta del paese. Il giovane adolescente ha infatti percorso, da solo, quasi quattrocento chilometri solamente per incontrare il suo idolo, ed ottenerne una dedica sul suo libro. Stupito dal viaggio di Yao, Seydou decide così di riaccompagnarlo a casa. Inizia così un suggestivo percorso alla scoperta delle proprie radici.

Philippe Godeau mette così in scena Il viaggio di Yao, nel quale Omar Sy sembra quasi vestire i panni di se stesso. L’attore francese, nato nell’Île-de-France da madre mauritana e padre senegalese, sembra mettere tutto se stesso in questa pellicola di cui è anche produttore. Dopo il grande successo degli ultimi anni, dal premio César a Hollywood, Sy riflette su se stesso e sulla propria identità. Lo abbiamo visto nei panni di un immigrato clandestino in Samba, in quelli di un banlieusard in Quasi Amici e nel ruolo di un artista nero nella Parigi del primo Novecento in Mister Chocolat. Ne Il viaggio di Yao, Omar Sy diventa, paradossalmente, un bianco tra i neri. È lo stesso Yao a confermarlo. Seydou è infatti un europeo. Il fatto che abbia lo stesso colore della pelle di Yao, e degli altri personaggi che incontra durante il suo viaggio, non annulla le loro differenze.

Seydou è un francese che non ha mai visto l’Africa prima di quel momento. È un attore di successo, pieno di soldi, divorziato e padre di un bimbo piccolo. Questo viaggio, in cui si sente quasi in dovere di prendersi cura di Yao, come se fosse suo padre, lo spinge a guardarsi dentro e a riflettere su di sé.

Il film di Godeau consegna al pubblico una spigolosa riflessione sull’identità e sulla sua complessità. La storia di Seydou Tall dimostra come questa sia una matassa originata dal vissuto di una singola persona. Per quanto questo possa sembrare un discorso banale, non lo è. Non si è bianchi, neri, africani, francesi o senegalesi. Come uomini, e donne, si è molto di più che un luogo di nascita o di un pigmento. L’identità si compone di un puzzle complesso e ingarbugliato, del quale spesso ignoriamo i pezzi. E così si deve intraprendere un difficile percorso d’introspezione per conoscersi meglio. È ciò che affronta Seydou.

La compagnia di Yao, mette Seydou di fronte ai problemi e alle difficoltà del suo rapporto con il figlio, rimasto a Parigi a casa della madre, per il quale il tempo sembra essere stato sempre difficile da trovare per il suo lavoro d’attore. Seydou riscopre, in Senegal, un modo diverso di vivere il tempo, senza nevrosi né ansie, arrivando a capire l’importanza di concedersi qualche attimo per conoscere gli altri e se stessi.

Riconquistare il tempo che ci appartiene, è forse lo scoglio più difficile da superare nella vita di tutti noi.

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