Giovedì 16 maggio 2019 è stata intitolata nella splendida cornice della città di Firenze una strada a nome del regista Mario Monicelli. Perché a Firenze? Perché è proprio qui, tra l’architettura rinascimentale e il nuovo paesaggio dettato dal boom economico dell’Italia degli anni settanta, che fu girato uno dei suoi più celebri capolavori. Amici Miei è il capostipite di una commedia italiana che, oltre alla cinica satira di costume, descrive la società italiana del tempo con i toni di un ironico e grottesco melodramma.

Le avventure e disavventure dei cinque amici fiorentini, Mascetti, Melandri, Necchi, Perozzi e Sassaroli, sono ormai da anni simbolo per una nuova ondata di fan incalliti che, per tutta la Toscana, ma anche per tutt’Italia, vanno a riproporre con grande impegno e goliardia uno dei punti di maggiore splendore e successo del cinema nostrano. Oggi, una parte di Piazza Dermidoff, che parte dal Lungarno Serristori e arriva in Via dei Renai, luogo dove furono girate molte scene del film, sarà intitolata alla memoria di Monicelli nell’anniversario della sua nascita.

Nato il 16 maggio 1915 a Roma e  morto il 29 novembre 2010, non si è mai dato per vinto. Alla veneranda età di novant’anni gira il suo ultimo film Le rose del deserto, e con sguardo sempre ironico racconta parte della spedizione italiana in Africa. Uomo burbero, scontroso, poco amante della retorica, come sottolineò alla veglia funebre il suo amico Paolo Villaggio. In un’intervista Monicelli descrisse così il suo rapporto con un altro regista dall’età venerabile, Miguel De Oliveira:

Per carità, non parliamo di Oliveira che è la mia ossessione. Oliveira ha 97 anni, cinque anni più di me. Ogni anno fa un film, il quale poi viene accettato e proiettato poi sempre in qualche festival. Io non vedo l’ora che muoia, perché francamente così io sarò sempre in second’ordine.

Ma non è che per caso lei è un pò invidioso?!

No per caso, lo sono a ragion veduta invidioso!!

Regista sin dai primordi del cinema italiano, quello dei telefoni bianchi che lui puntualmente disprezzava, quello del Neorealismo e della Commedia all’italiana di cui lui ne fu uno dei grandi artefici assieme a Risi, Comencini, Zampa, ecc.

Dopo un rapporto di lavoro con Totò, dove si denota ancora un filo neorealistico, Monicelli firma il suo primo successo rappresentato da La Grande Guerra. Poi un altro, con I soliti ignoti fino ad arrivare alla stagione in cui prevale il personaggio di Brancaleone con L’Armata Brancaleone e Brancaleone alle Crociate. E molti altri come I Compagni, La ragazza con la pistola, Vogliamo i colonnelli e Romanzo Popolare.

Vittorio Gassman, Alberto Sordi e Folco Lulli in “La Grande Guerra”

Tuttavia, per molti di noi, specie nella terra di Michelangelo e Leonardo, Monicelli è come un padre, un eroe: il primo che è riuscito ad imporre nel cinema italiano l’uso della comicità toscana e del suo accento. Accento che va a scontrarsi con quello della capitale e con quello di Napoli. Linguaggi che all’epoca erano molto più noti e sfruttati.

Con Amici Miei si passa da atteggiamento puramente romano: cialtrone e flemmatico, ad uno carico di battute pungenti, in alcuni casi con una comicità ancor più acuta. Il regista mette in scena una pezzo d’Italia ma dal punto di vista di cinque annoiati amici nati lungo l’Arno, cresciuti sotto l’ombra della cupola del Brunelleschi ma non schiavi di una qualche costrizione religiosa. Liberi, spensierati, vogliosi di ridere e scherzare anche di fronte alla morte o ad eventi tragici come la famosa esondazione del ’66, raccontata nel secondo capitolo della trilogia. Tra un Melandri che cerca la fede nel grembo della formosa Noemi Bernocchi e un Perozzi beccato a letto con la moglie del fornaio.

Perozzi: Che ce l’hai oggi i cornetti Sor Antonio?

Fornaio: Sempre ce l’ho, Sor Perozzi. Caldi, Caldi!

Perozzi: Eh, caldi, caldi. Proprio fatti ora.

Grazie all’aiuto dell’assessore alla toponomastica Andrea Vannucci e all’ormai potentissima organizzazione Conte Raffaello “Lello” Mascetti che imperversa nella città e sui social, educando alla nobile arte della Zingarata e della Supercazzola, il nostro indimenticato e mitico Monicelli può avere finalmente la personale strada nella città dove volle a tutti i costi ambientare la sua storia, stravolgendo l’iniziale idea di Pietro Germi che affidò al collega le redini del progetto. Un riconoscimento che, a distanza di sette anni dalla sua scomparsa, è per la città di Firenze e per il cinema italiano un grande omaggio e un bellissimo regalo da parte di tutti gli appassionati e ammiratori sfegatati.

Devo confessare che quando io andai a vedere “Odissea nello spazio” mi addormentai. Mi sono addormentato. Anche perché queste lucubrazioni di come sarà, di come faremo, di cosa vedremo, a me non mi interessano.

Questo era Monicelli, votato più alla vita terrena che a un qualcosa dopo questa esperienza nel mondo. Più vicino ad una visione di serio divertimento piuttosto che ad una vista calvinista per buscarsi il paradiso.

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