Che fare quando la povertà inizia lentamente a dilagare ovunque? Che fare quando si sta per perdere tutto ciò che si è avuto? Che fare quando il destino di un bambino sembra già segnato in negativo? Che fare quando nella società non sembra esserci che odio? Che fare quando il mondo è in fiamme?

Sono questi gli interrogativi che Roberto Minervini si pone nel suo film documentario chiamato, per l’appunto, Che fare quando il mondo è in fiamme?

Minervini, regista del film, segue tre diverse storie  di una comunità afro-americana nel sud degli Stati Uniti, nell’estate del 2016. Le tensioni razziali in quel periodo si sono acuite per alcuni brutali omicidi di membri della comunità, e si sovrappongono alla secolare oppressione che su questa comunità pesa.

Non è facile uscire dal sistema della schiavitù: nemmeno quando si è formalmente liberi. Lo schiavismo non è stato, infatti, solo un momentaneo evento storico, ma qualcosa capace di plasmare la società di quel Sud ben oltre la sua stessa caduta. In fondo la segregazione razziale, come apparato legale, negli Stati Uniti non è terminata che negli anni Sessanta, lasciando però profonde cicatrici nella società.

Gli afro-americani, vessati da secoli di oppressioni e di vincoli alla loro libertà, non hanno avuto la possibilità di affrancarsi e vivere il sogno americano. Gli effetti di tali forme di oppressione non posso essere superati nel giro di pochi anni. La condizione socio-economica della comunità necessità sicuramente di più tempo per migliorare, soprattutto in quegli stati ancora profondamente segnati dalla cultura confederata, ereditiera diretta dello schiavismo.

Le storie che Minervini trasporta sullo schermo sono un piccolo quadro di questa comunità travolta da mille difficoltà.

Una musicista è costretta a rinunciare al suo sogno di avere un bar per i costi troppo alti dell’affitto, mentre sua madre patisce la stessa  sorte per la casa in quale ha cresciuto tutta la sua famiglia. Le persone povere vengono progressivamente cacciate dal quartiere, sempre più ambito.

Una coppia di fratelli, con il padre in carcere, gioca per le strade del quartiere, con il più grande, quasi quindicenne, che cerca di insegnare al più piccolo come sopravvivere a scuola e per strada senza cacciarsi nei guai. 

Un uomo canta mentre cuce dei vestiti che rimandano ai tempi dei pellerossa, in preparazione di una festa locale.

Nel frattempo una frangia delle Nuove Pantere Nere cerca giustizia per dei poveri fratelli uccisi, per i quali la polizia non sembra aver fatto abbastanza.

Il quadro tracciato da Minervini tocca il cuore dello spettatore, il quale si concentra facilmente sulle emozioni e sulle parole dei protagonisti, aiutato dalla scelta di una fotografia in bianco e nero. I canti della tradizioni e la musica della barista sono la colonna sonora del film, al quale aggiungono un’altra grande dose di realtà.

Non si può uscire dalla sala senza riflettere su quello che si è visto. Le storie raccontate non possono che smuovere molteplici pensieri su quella che è ancora oggi una certa società americana. Alcune cose, ai nostri occhi di europei, potrebbero sembrare paradossali, ma sono invece diretta conseguenza della secolare storia conflittuale degli Stati Uniti d’America.

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