Due anni dopo l’inizio di un’epidemia di zombie, la popolazione umana è sulla via dell’estizione. Resistono solo due città, Weimar e Jena, in Germania. I due centri, nonostante siano collegati tra di loro da un treno automatico per il trasporto di viveri e provviste, adottano strategie differenti contro la diffusione del morbo. Nella prima vige la tolleranza zero nei confronti di malati e feriti. Nella seconda, invece, si cerca una cura.

Sono queste le premesse di Endzeit, secondo lungometraggio di Carolina Hellsgard. Eva e Vivi, le protagoniste, sono due ragazze di Weimar, in fuga verso Jena. Diverse nel carattere e con obbiettivi differenti, le due affrontano le insidie di un mondo in cui gli esseri umani hanno ormai perso il diritto di abitare.

Entrambe devono ancora combattere con i fantasmi di coloro che hanno sacrificato per la loro salvezza. Ad un trauma simile rispondono però in maniere differenti. Una, Vivi, è spesso arrivata a tentare il suicidio pur di non fare i conti con il proprio passato. L’altra, Eva, ha tirato su un muro glaciale tra se e gli altri.

Nonostante l’umanità sia un ricordo sempre più flebile, lo sviluppo di un nuovo paradigma sembra però possibile.

Il film, se superficialmente sembra raccontare una storia di zombie in salsa tedesca, suggerisce una lettura più profonda. L’umanità è, già oggi, prossima, se non a una apocalisse zombie, a un periodo di forti sconquassamenti. Lo sfruttamento indiscriminato delle risorse ha consumato il pianeta che, lentamente, da qualche anno a questa parte, ha iniziato a manifestare la sua rabbia. L’uomo che è prossimo alla catastrofe climatica potrebbe avere davanti a sé qualche possibilità di salvarsi solamente ristabilendo un rapporto totalmente diverso con la Natura. Non più come semplice inquilino, ma come parte integrante della Natura stessa.

Potrebbe, però, non bastare.

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