Uscito vincitore dall’edizione del 2016 del  Ravenna Nightmare, il festival che affronta il lato oscuro del cinema, Fashionista è un film che non tradisce le aspettative e ci trascina fin da subito nell’incubo di April.

Insieme a suo marito, April gestisce un grande negozio di abbigliamento. La loro casa è invasa dai vestiti, stipati lì al posto di un magazzino. April è una donna insicura, e solo la difesa di uno strato di tessuto la fa sentire al sicuro e la rilassa. In ogni momento di stress, il tessuto dei vestiti è il suo rifugio, la sua isola di serenità. Le sue insicurezze svaniscono se avvolta in un vestito elegante.

La gelosia è però, come spesso accade, più forte di tutti gli altri sentimenti umani. È però la migliore amica, e collega, quella da cui guardarsi le spalle e non la bella giovane appena arrivata. Sbattuto suo marito fuori di casa April si rimette in gioco.

April conosce in un bar un misterioso uomo che stringe con lei una relazione fatta di vestiti procaci e carte di credito. La femminilità di April è centrale per Randall. Questo rapporto,  strano ma passionale,  non le fa però dimenticare il marito, ancora incapace di rimettere insieme i cocci della relazione.

Randall però,  si dimostrerà molto diverso da ciò che è realmente trascinando April in un turbinio di trasgressioni, fino a proporle un gioco erotico da incubo.

La regia di Simon Rumley è ben capace di creare le giuste immagini affinché lo spettatore si immerga totalmente nella complessa psiche di April. La sua dipendenza dai capi d’abbigliamento non è una particolarità divertente del suo carattere, ma una terribile condizione patologica che non può che portarla sul baratro. Con attente inquadrature sulle sue dita intente ad accarezzare ora il denim, ora il cotone, si percepisce tutta la fragilità della sua condizione umana.

Piena di vestiti bellissimi,  April rimane però nuda davanti al mondo,  ormai sopraffatta da ciò che prima le dava la giusta sicurezza per affrontare la durezza della realtà.

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