In un futuro non troppo lontano, l’umanità ha da poco superato il picco massimo dell’evoluzione ed è già sul versante opposto. L’involuzione è in corso, e la massa cerebrale dell’uomo si restringe sempre di più, eliminandone la parte razionale. Gli istinti primordiali si fanno sempre più forti e l’aggressività aumenta.

In questo scenario, Hamming, ricerca disperatamente Liv, la ragazza di cui si è innamorato prima del veloce precipitare degli eventi. Nello stesso tempo, però, sulle tracce di Hamming si mette anche uno dei suoi pazienti, seguiti con il sistema di aiuto terapeutico Companion. Questi, spinto da una ferocia animalesca, vuole porre fine alla vita del giovane terapista.

Lo spunto distopico di Involution, nonostante l’interessante scelta iniziale sempre però perdersi durante la successione degli eventi. L’attualità del tema di una crescente emozionalità della società odierna, dovuta ad una comunicazione sempre più istantanea e soggettiva, mal si lega con alcune scelte narrative che penalizzano tutto il film.

L’involuzione richiamata da un antropologo russo nelle prime sequenze della pellicola, assomiglia più al classico morbo all’origine delle apocalissi di zombie. L’uomo diventa aggressivo e irrazionale, quasi d’improvviso, ma questo non accade a tutti e non in maniera uguale.

Una grande debolezza del film è la mancanza di originalità nel descrivere il futuro che ci attende. Questo è infatti cupo, e la tecnologia viene rappresentata secondo il classico cliché della trasparenza. Lo smartwatch è trasparente, così come lo schermo del pc, così che la macchina da presa può inquadrare il protagonista posizionandosi dall’altra lato della scrivania.

Già visto.

La trama segue uno sviluppo non lineare, interrotto da varie sequenze oniriche che non aggiungono altro al film se non confusione. L’abilità artistica nel costruire una sequenza non può essere motivazione sufficiente per inserirla in una storia.

Involution è un film non riuscito. La ricerca di Hamming avrebbe avuto senso anche se ambientata nel presente, così come l’accartocciarsi dell’umanità sulle proprie emozioni.

È forse questo il più grande limite dell’intera costruzione del regista russo Pavel Khaleev. Manca il contraltare dell’aggressività. Se l’uomo perde la sua parte razionale, e si trova prigioniera di quella zona del cervello più istintiva, dovrà essere soggetto anche ad altri tipi di emozioni, ugualmente amplificate.

È invece la pura violenza a farla da padrone.

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