Ci aveva già provato Sordi nel suo Fumo di Londra a fare del capoluogo umbro un coprotagonista assieme alla capitale inglese: e con esso anche il suo dialetto. Oltre allo scarso successo del film, anche Perugia non riuscì ad accaparrarsi il titolo di città buona come set cinematografico.

Molti anni più tardi, già anni 2000 inoltrati, fu la volta di Leonardo Pieraccioni che al consueto accento toscano cercò in tutti i modi di accostare quello perugino attraverso il personaggio tanto bizzarro quanto poco interessante di Eduardo, studente mulatto e perugino.

Dopo due tentativi finiti in vacca, nel 2019 ci riprovano i registi Alessio Ortica e Roberto Goracci con il loro lungometraggio tutto interamente girato a Perugia e dintorni, Teneramente, presentato in anteprima al cinema Frontone.

Il risultato? Un filmetto amatoriale, domestico, con tutti i rumori e i suoni della qualità domestica. Un’opera che risente sempre di quell’inconfondibile retaggio provinciale, chiuso e anche in questo caso poco interessante. Il perugino pare non essere affatto lingua gradevole da ascoltare. Ma se Pieraccioni e Sordi ci danno solo un assaggio di questo confondibilissimo idioma, chiuso, freddo e spigoloso come i suoi parlanti, a metà strada tra il toscano e il romanesco, Teneramente ti offre ben cento minuti di “donca(il modo di definire il dialetto Perugino) strascicato, così inascoltabile e fastidioso come un violino suonato da un neofita fino ad arrivare alla nausea. E parlo da perugino.

Peccato, perché una prima metà della trama poteva anche sembrare interessante. Due fratelli: uno, Franco Troiani, uomo di politica candidatosi al senato. Classico individuo che spera solo di pappare un altro po’. L’altro, Attilio, tecnico informatico di ritorno da fuori con una serie di problemi e molti scheletri nell’armadio. Uno fra tutti, la ex fidanzata che lo ha lasciato per mettersi con il fratello.

Perciò i due si odiano e per buona parte del film nemmeno s’incontrano, fino al punto in cui Attilio viene ricoverato in una clinica psichiatrica curato e protetto dalla dottoressa Carloni. Franco, per evitare scandali con la stampa, che potrebbero rovinare la sua campagna elettorale, obbliga il fratello ad andare a vivere in casa sua. E così, i due tornano a comunicare anche se il rancore non è mai svanito del tutto e sarà quello il vero motore della seconda parte del film.

Il tutto sembra poi perdersi in un finale che non è poi così scontato, ma di certo non uno di quelli super carichi e potenti da farti drizzare tutti i peli del corpo.

Goracci e Ortica dicono di fare film amatoriali perché a loro piace così. Dicono di amar dirigere attori inesperti: anche se parlano perugino stretto che più stretto non si può. Una cosa da prendere come un amore incondizionato verso la propria terra. Dopotutto, è impossibile dimenticarsi da dove proveniamo. Queste sono le uniche motivazioni per le quali Teneramente è guardabile e anche risibile: anche solo una volta. Una è sufficiente.

Risibile per la messa in scena, risibile per le sequenze, per la scelta degli attori e soprattutto per via di questa lingua che, come in un film di Virzì, è un ovosodo che non va né in su né in giù, ma che te lo sorbisci uguale, solo perché è comunque una forma d’arte anche questa.

Alla fine, da aggiungere c’è poco: da vedere almeno una volta per capire come tale lingua, e forse anche tale città, non possono essere gli unici e soli protagonisti di un vero e proprio film. Forse Perugia, e cosi l’Umbria intera, dovrebbero essere e restare quelle che sono sempre state, senza cercare di farle diventare star di cinema o di farle conoscere troppo in giro: terre inesplorate, non da tutti conosciute. A metà via fra il selvaggio west e una grande campagna aspra e quasi inesplorata.

L’opera dei due registi si fonda non si sa bene su cosa. Elementi reali, come la politica di oggi e quella che c’è sempre stata, del magna magna, s’intrecciano con elementi di fantasia in un dramma politico e sentimentale. Dai risvolti gialli. Vita quotidiana in quel di Perugia che diventa spunto per un thriller ma con i tempi e le pause recitative di uno spettacolo teatrale in dialetto organizzato dalla proloco di un paesino o le squallide pubblicità delle reti locali.

Ci sono tuttavia scene memorabili: la rabbia di Attilio che spacca la chitarra, il momento in cui Franco ordina al portiere di non lasciare uscire il fratello dal palazzo e il colloquio con uno strano e losco prete.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here