Prima venne una storia di vampiri ma dalle ambientazioni poetiche e sublimi. Solo gli amanti sopravvivono era una profonda riflessione sullo status moderno di un vampiro: ovvero, di due vampiri, amanti da tutta una vita, unici sopravvissuti ai secoli e agli avvenimenti più remoti della nostra storia.

Ora Jim Jarmusch ritorna sul genere, quello del mistero e del thriller, abbandonandosi a scenari da film horror ma sempre con la peculiare descrizione di un regista fuori dalle righe, poeta e osservatore attento di questa realtà in movimento.

Realtà che sembra sfuggirci di mano a tal punto che persino The dead don’t die, presentato al Festival di Cannes, non vuole essere solo un classico film sugli zombie, bensì una critica a questa insana società che va letteralmente a farsi benedire ogni giorno di più, e con essa l’ecosistema che abbiamo finora conosciuto, vissuto e infettato. A breve sarà molto più irriconoscibile.

Non un’opera palpitante alla George Romero. Per buona parte del film è solo una lunga attesa intervallata da scambi di battute comiche e demenziali tra gli attori che lo interpretano. La terra sembra aver spostato il suo asse terrestre e il sole che ritarda nel tramontare fa diventare sospettosi tutti i cittadini di Centreville, tra i quali lo sceriffo Cliff Robertson (Bill Murray) e l’agente e collega Ronnie Peterson (Adam Driver)
Dopo alcuni avvenimenti strani, come l’omicidio di due cameriere in una tavola calda, tutta la città sembra sapere in anticipo che ad aver ammazzato le due donne siano stati degli zombie.

“Kill the head” (ammazza la testa), come si vede in qualsiasi buon film che si rispetti di questo genere, diventa il grido di battaglia dei due agenti ai quali si uniscono anche Zelda Winston (Tilda Swinton), becchina armata di katana, il venditore di fumetti Bobbie ed Hank Thompson il ferramenta (Danny Glover).

Dalla struttura narrativa tipica di un classico come La notte dei morti viventi, Jarmusch passa ad un evoluzione della trama senza via d’uscita. Personificando, almeno così pare, una Greta Thunberg, Jarmusch disegna una divertente ma pur sempre attenta e profonda tela dei nostri modi di fare, dei nostri difetti e malattie.

Parte da un evento catastrofico come lo spostamento dell’asse terrestre, per poi attaccare, con le maniere di un satiro hipster e saltimbanco, la società consumistica contemporanea: non solo americana, ma mondiale. Se in Zombie di Romero i non morti si accumulavano tutti nel supermercato, come erano stati abituati quando erano vivi, nel caso di The dead don’t die, è tutto un grande supermercato e fra cellulari, caffè, TV, snack, alcol, trucchi e quant’altro tutti sono assuefatti ancora a qualcosa che impedisce anche a questi resuscitati di vivere in pace.

Tuttavia è l’ingenuità voluta nel copione che rende i personaggi, soprattutto i due protagonisti, consapevoli di ciò che accade ma comunque increduli, anche loro schiavi di qualcosa, anche loro abituati ad ascoltare per svariate volte lo stesso disco di Sturgill Simpson, come una vita mai vissuta veramente, come un pericolo sempre possibile ma ancora mai avvenuto.

E in questo caso, l’attacco dei non morti è già un qualcosa che cambia il fluire quotidiano e noioso della razza umana. Ma tanto si sa, l’unico che ha il vero controllo e che decide è solo Dio, o un’entità comunque superiore. E infatti Jarmusch è l’essere che sta al di sopra degli attori e li guida verso la sua storia di zombie vivi e di zombie già morti. Perché il vero interrogativo è: Chi è il vero zombie in una società come questa?

Citando Eduardo De Filippo e la commedia Questi Fantasmi:“i fantasmi non esistono. Li abbiamo creati noi. Siamo noi i fantasmi”. Anche nell’opera di Jarmusch si potrebbe affermare lo stesso. Egli va oltre, e i morti non sono altro che ulteriori vivi ma sempre incatenati ad una realtà stravolta: e viceversa.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here