Katia (Christine Sønderris) è una giornalista danese in cerca di storie interessanti tra i lavoratori del poderoso cantiere sotterraneo della metro di Copenaghen, al quale partecipano operai di diverse nazioni. Nel tunnel, tra macchinari enormi e calcestruzzo, scatta foto, parla con gli addetti -tutti altamente specializzati- e cerca di carpirne il loro vissuto, le loro aspettative e le loro motivazioni.

Tra i tanti si unisce a Ivo (Kresimir Mikic), croato spintosi lontano da casa per poter permettersi di mandare i figli all’università, e Bharan (Samson Semere), profugo eritreo che lavora per risarcire la sua famiglia, che ha contratto un grosso debito per liberarlo dalle grinfie dei trafficanti di uomini libici. Con i due vuole assistere ad una delicata fase di lavoro. Un incidente però costringerà i tre a lottare per la loro sopravvivenza nelle viscere della capitale danese.

Cutterhead, del regista Rasmus Kloster Bro, è un film claustrofobico, nel quale non si vede mai nulla di ciò che è al di fuori di questo tunnel metropolitano. L’illuminazione totalmente artificiale di quei cunicoli impedisce, ai protagonisti come agli spettatori, di rendersi conto dello scorrere del tempo, scandito solamente dalla loro percezione. Basta poco però per riportare il tutto ad una situazione di scontro tra uomo e Natura. Le cavità del globo sono inabitabili senza il supporto della tecnologia moderna, e per uscirne, senza di essa, serve molto di più che il semplice istinto di sopravvivenza.

Con un ritmo lento ma inesorabile Cupperhead conduce lo spettatore nei meandri più cupi dell’animo umano, dove a contare è solamente la mera e semplice conservazione della propria vita. I tre protagonisti ritornano al puro e semplice stato di natura, dove la cooperazione è impossibile e vige l’antica, ma sempre attuale regola, tramandata da Plauto fino a Hobbes, dell’homo homini lupus.

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