Ci sono alcune cose che ancora non ho capito se mi piacciono o meno nella vita. Non ho ancora capito se la nuova ondata di musica indie mi piace, per esempio, oppure se i peperoni hanno davvero questo sapore sgradevole che ho sempre pensato avessero e, men che meno, se La casa di carta sia davvero questa grande serie che tutti idolatrano oppure se abbia saputo cavalcare l’onda giusta al momento giusto. Insomma, io me la sono vista tutta e aspetto con ansia, come tutti voi, l’uscita della prossima stagione, ma non sono ancora del tutto convinta che davvero mi piaccia.

Partiamo da due presupposti contrapposti fondamentali: il primo è che la storia si regge in piedi su un assunto di base che in realtà non sta in piedi, ossia, sul fatto che questa banda di criminali sia composta da eroi che combattono il sistema, che lottano per il popolo. Ma quando mai. Prendiamo la prima stagione, il colpo alla zecca di stato è stato fatto dal gruppo per il gruppo. Chi ci ha guadagnato? Chi è andato poi a vivere in posti paradisiaci pieni di soldi? Per la gente normale la vita è andata avanti normalmente, senza vedere un euro.

Un colpo fine a se stesso, che non aveva intenzione di portare benefici a nessuno se non alla banda, che non aveva nessun intento di contrastare il sistema, ma solamente di svuotargli le tasche. Quindi, per favore, smettiamola di trattarli come dei Robin Hood, che rubano ai ricchi per dare ai poveri, come della gente che non ha recato danno a nessuno, che crea senza sottrarre, perché lo Stato non è che non sia nessuno, e, un colpo del genere, genera sicuramente problemi, mette anche in crisi l’economia, lo concedo, ma in modo leggero, senza destabilizzarla, e più che mandarla in tilt la mette in stand-by.

Finito il colpo, la zecca torna a lavorare e poco dopo il furto sembra solo un brutto sogno. Se l’obiettivo fosse davvero stato quello di colpire al cuore l’economia, beh, missione fallita. Per non parlare del risvolto psicologico vissuto dagli ostaggi. Sarebbe stato interessante approfondire i segni lasciati sulla psiche di qualche vecchio prigioniero. Credo che chiunque si ritrovasse in una situazione del genere si porterebbe dietro un bel disturbo post traumatico da stress. Quindi ecco, i traumi, sono l’unico guadagno ottenuto dalla popolazione in questo furto.

Ora, non sono qui per esaltare la Sovranità dello Stato, ma nemmeno per scrivere “A.C.A.B.” sui muri. Per cui, scevra da ogni ideologia politica ed economica, vorrei che le mie affermazioni venissero prese più come dati di fatto che altro. Semplicemente le cose vengono spacciate in una forma che non è loro: se ci fosse stata coerenza fra ciò che viene dichiarato e il mostrato, sicuramente vi avrei risparmiato questo inutile pippone.

Quest’ultima stagione sembra offrire, apparentemente e solo per un secondo, uno spunto di riflessione, un barlume di Resistencia, di quella vera e non di quella indossata per pararsi il culo dal fatto di essere dei criminali. Non so, sembra quasi che vogliano più convincere se stessi facendo qualcosa di buono e giusto piuttosto che il pubblico.

Comunque sia, quel lampo di resistenza, tanto esaltato ma presente nella stessa percentuale di tartufo contenuta nelle omonime salse nel bancofrigo di qualsiasi supermercato, è rappresentato dai segreti di stato. Gli occhi per un attimo mi si sono illuminati. “Stai a vedere che davvero questa volta combinano un casino interessante sti tizi qua”, ho pensato.

E invece no, anche questa volta l’egoismo dei nostri amati rapinatori ci tradisce. Perché a loro non interessa davvero far scoppiare una bomba in Spagna, a loro interessa solo agire per i propri interessi, nel caso specifico, riavere indietro Rio. Qualcuno potrebbe anche obiettare che il fulcro della vicenda, in realtà, sia la critica ai sistemi di tortura usati illecitamente contro i criminali. Vero parzialmente. Rio sarebbe anche potuto essere stato rinchiuso in casa di sua nonna, eppure, il nostro gruppo sarebbe tornato a fare un casino della madonna. E’ Nairobi stessa a dichiararlo, parlando con Tokio.

Loro non sono lì per farle un favore, ergo, per salvare Rio, ma perché sono amanti del brivido che quelle situazioni dà loro. Sulla mia pelle può essere considerato un film critica contro le sevizie ingiuste subite nelle carceri, non la terza stagione de La casa di carta. E quindi no, qualsiasi critica venga mossa all’interno della serie, in realtà, si muove defilata e passa in secondo piano. E’ solo uno sciocco espediente giustificativo. La Resistencia, cari miei, qui non esiste. L’unica resistenza è quella esercitata per non finire dentro.

La casa di Carta ha bisogno di esagerare, ricalcare e teatralizzare tutto quello di cui parla. Ha bisogno di trattare temi sbagliando completamente modi e tempi. Ho trovato il recitato molto più scadente rispetto alle stagioni precedenti, le battute banali e senza senso e mi sono sentita un po’ come quando al cinema sono andata a vedere Cinquanta sfumature. Sembrava che i dialoghi del copione fossero stati scritti così di getto, da un ubriaco. A contribuire, in questo caso, a questa sensazione di conversazioni non sense, scollegate e forzate, senza dubbio è stato il voler a tutti i costi trattare tematiche “sensibili” nel modo più insensibile possibile.

Mi sembra quasi di sentire la voce dello sceneggiatore dire:

” Ma sì, inseriamo qui una scena sul femminismo, con battute scritte a cavolo, in un momento a cavolo. Sti cavoli se stona, l’importante è che se ne parli, così facciamo la figura di quelli che certi argomenti ce l’hanno a cuore”.

Niente di più sbagliato. La casa di carta ha banalizzato, quasi stereotipato, argomenti con cui è meglio andare piano, per non fare ancora più danni.

Non ho mai visto trattare il femminismo in un modo più triste di questo. Nairobi, donna forte per eccellenza, che per farsi valere, come donna, ha bisogno di umiliare con le parole, di diventare violenta, come se rispondere a tono, ferire verbalmente l’altro, fosse l’unico modo che ci rimane per farci riconoscere come donne. Vederla umiliare è stato umiliante. Vederla rispondere alla violenza maschilista con altra violenza non è voler far sensibilizzazione su un tema fin troppo delicato, del quale non è facile parlare, ma è voler sottolineare e generare ancor più disparità, ancor più violenza. Perché l’unico messaggio che mi è arrivato, è che l’unica arma che mi rimane per rispondere ai soprusi maschilisti è quella di rispondere con gli stessi infimi mezzi.

E così non andremo mai da nessuna parte.

Alcune scene, proprio per questa forzatura, conferiscono un’aria a tratti grottesca a questa nuova stagione. In diverse scene ho visto exploit insensati scaturiti dal nulla: a volte mi chiedevo se mi fossi persa qualcosa.

“Sta succedendo davvero?” mi domandavo “O l’hanno messo tipo sketch comico non riuscito?”. Prendete ad esempio la litigata fra Denver e Bogotà sul fatto di incidere o meno il corpo di un maiale per estrarre un chip. Aveva una minima intenzione di affrontare, da non so esattamente quale punto di vista, il tema dell’essere animalisti? Ma che davvero? Potrei fare altri mille esempi, ma non concluderei mai l’articolo di questo passo.

Ora, dall’altro lato,come accennavo all’inizio, la serie ha anche un secondo punto, questa volta che gioca a suo favore. Ha il fottuto potere di tenerti attaccato allo schermo: la mente del Professore è davvero geniale e si è davvero curiosi di scoprire dove andrà a parare. Ed è davvero forse questo l’unico punto di forza di questa serie originale Netflix, che da solo basta (quasi) a perdonare (ma non accettare) tutte le carenze di fondo sulle quali si snoda. Certo, a volte anche qui si scorge dell’irreale, perché dai, sul serio il professore riesce a prevedere ogni singola mossa? Davvero sa sempre cosa fare? L’ultimo finale di stagione lascia per fortuna alcuni dubbi su quell’essere infallibile e onnipotente al quale c’eravamo abituati.

Per cui, lo so, continuerò a vederla e continuerò a criticarla sempre e ciò mi farà incavolare come una bestia, dato che questa serie avrebbe davvero potuto essere una di quelle con i contro coglioni. Peccato che non abbiano saputo sfruttare le cose nel modo giusto, anche se, cavalcare l’onda del successo le è riuscito benissimo.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here