In un assolato sabato pomeriggio di luglio, tra le viuzze di un piccolo borgo dell’Umbria settentrionale, due giovani amanti del cinema d’animazione hanno potuto confrontarsi con un maestro del genere, il francese Michel Ocelot, già autore di Kirikù e la strega Karabà (1998), Azur e Asmar (2006) e Les contes de la nuit (2011).

Ospite a Montone per presentare al pubblico dell’Umbria Film Festival il suo Dililì a Parigi (2018), l’autore più caratteristico del cinema d’animazione francofono si è concesso volentieri per un’intervista, in cui non sono mancati aneddoti sul suo processo creativo e spunti di riflessione sull’attualità.

Buongiorno, qual è l’idea alla base di Dililì a Parigi, il messaggio che vuole trasmettere al pubblico?

Il punto di partenza è terribile: quello che gli uomini fanno alle donne e alle figlie è qualcosa di peggiore delle guerre, è più grave di queste per il numero di vittime anche se qualche volte sarebbe meglio morire piuttosto che continuare a vivere. Contemporaneamente, c’è la storia della civiltà occidentale, che penso sia positiva. C’è anche una evidente celebrazione della civiltà come vivere insieme, tra uomini e donne. In Francia le donne non sono mai state nascoste. Hanno sempre avuto una certa importanza, ma tutte le leggi erano contrarie alla loro affermazione. Ma erano sempre  presenti. Qualche volta, hanno avuto un certo potere, in particolare hanno inventato i saloni, dove influenzavano veramente le cose e penso che durante la Belle Époque a Parigi le donne si sono imposte. Donne eccezionali hanno rotto delle barriere che non si sono più richiuse, più aperte che durante il ventesimo secolo. Un’altra parte sono le donne di cui parlo: creano, inventano, lavorano, crescono, fioriscono. È importante fare qualcosa di buono durante la propria vita e contemporaneamente c’è la storia di Dililì che è un’indagine di polizia: perché rapiscono le bambine? Come le rapiscono? Che ne fanno? All’indagine se ne aggiunge un’altra: quale mestiere andrò a fare quando sarò grande? È qualcosa di importante per me.

Riguardo l’essenzialità grafica tipica dei suoi film d’animazione, perché questa scelta?

Faccio quello che mi viene naturale, quello che amo. Faccio dei disegni di partenza e è bene che le immagini restino disegni. Siamo insieme, io sono un narratore e voi delle persone che ascoltano, che mi ascoltano. Giochiamo insieme così. Facciamo cosi coi piccoli e è più interessante per il pubblico rispetto all’essere completamente passivo e di guardare un film in 3D iperrealistico. Preferisco un disegno che mostri che c’è un disegno. Inoltre, i miei film con le silhouette nere sono facilmente compresi dai bambini e lì è necessario che il cervello faccia del lavoro, ma lo fa e è contento.

Les contes de la nuit (2011)

C’è una ragione per la scelta di queste silhouette?

No, ho scelto le ombre cinesi perché sono povero. Tutte le mie tecniche vangono da questo fatto. E le silhouette nere sono le animazioni meno care. Lo ho scelte per questo, ma le amo.

Come spiega i due temi più presenti nelle sue opere: l’infanzia e la magia?

I bambini sono interessanti, sono carini e tutto gli spazi gli sono permessi. Amo incontrarli e parlarci. Non ho mai dimenticato di essere stato un bambino. Ma non ho fatto solo dei film con bambini, molti eroi non hanno un’età infantile.
La magia è piacevole: è uno spettacolo, ma è una magia superficiale. Quello che mi interessa è la realtà e tutti i miei film sono sulla realtà e sull’attualità. Ma la magia mi permette di andare più veloce nella storia: ho un problema, faccio arrivare un genio e è risolto; vado dritto allo scopo e è carino. Una fata è più carina di un computer, anche se ne utilizzo nelle mie ombre cinesi. Comincia sempre coi tre amici, i computer permettono di accelerare le cose, ma con le fate è meglio.

Azur e Asmar (2006)

Quali sono i vantaggi dell’animazione rispetto alla comunicazione con il pubblico o con i bambini?

Il pubblico adulto non ha ancora compreso che mi rivolgo a lui. Questo è un problema. I bambini sono particolarmente attratti dall’animazione. Non so perché, ma ne sono veramente e fortemente attratti. Un bambino autistico ha ritrovato la connessione alla vita grazie ai miei film. Dei bambini che non si muovevano più e che non parlavano più sono tornati a muoversi e a parlare davanti ai miei film.

Può essere che l’animazione li spinga a sognare e a immaginare?

Sì, l’immaginazione infantile è molto forte. Pensano a qualche cosa e ci credono e credono a quello che gli racconto e spesso l’immagine è più chiara del reale. È per forza di cose ben definita e nei miei film è sempre semplice e loro comprendono tutto. Non faccio mai acrobazie con la camera. Se qualche cosa è a destra rimane a destra. Non faccio così.

Intervista di Ettore Arcangeli e Gaia Venturini tenuta il 13 luglio 2019.

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