A soli due giorni dall’uscita nelle sale italiane di C’era una volta a… Hollywood, il nono e tanto atteso film di Quentin Tarantino, balza in testa alle classifiche del box office italiano, debuttando con 855 mila euro e battendo il record del miglior esordio di sempre per un suo film (la cifra include, ovviamente, le anteprime del martedì).

Nella Hollywood di fine anni Sessanta, tra personaggi realmente esistiti e altri immaginari, Leonardo Di Caprio veste i panni di Rick Dalton, un attore che –grazie alla trasparente franchezza di Marvin Schwars, alias Al Pacino– si ritrova a riflettere sulla propria carriera e sul come sia divenuto una sorta di stereotipo del villain delle serie tv destinato al dimenticatoio. Tra alcolismo, ira, copioni da imparare ed errori sul set, Tarantino ci mostra la fragilità di un attore a metà tra aspirazione e debolezza, che si sente “ogni giorno un po’ più inutile”.
A supportare –e quasi proteggere- Rick in questa sua fragilità latente, c’è la sua leale e imperturbabile controfigura Cliff Booth, interpretato da uno strepitoso Brad Pitt.
L’analogia tra la figura dello stuntman e quella dell’amico pronto a cadere al tuo posto, è geniale e inaspettatamente tenera. Intorno alle vicende dei due personaggi principali, aleggia lo spettro di Charles Manson e del –ahimè non immaginario- massacro di Cielo Drive.

Leonardo Di Caprio e Brad Pitt in C'era una volta a... Hollywood
Leonardo Di Caprio e Brad Pitt in C’era una volta a… Hollywood

Nonostante la pellicola si distanzi molto dalle precedenti, per stile e trama, l’iconicità tarantiniana si manifesta nella fotografia, nelle sfumature, nei dettagli talvolta inutili, nei dialoghi –in cui lo humor che contraddistingue il cinema di Tarantino predomina, tra banalità e irriverenza.

Fin dai primissimi istanti del film, il regista riesce a trasportare concretamente lo spettatore nella Hollywood di fine anni Sessanta, offrendo uno spaccato vivido e nostalgico di uno dei periodi più fiorenti e seducenti della storia del cinema e omaggiandone i generi divenuti, poi, veri e propri archetipi.
La bravura dello sceneggiatore non si limita a romanzare una ricostruzione storica, ma ad indurre lo spettatore a credere realmente di aver vissuto quell’epoca; di aver ballato davvero “Mrs. Robinson”, indossando quelle giacche di pelle e quegli stivali strambi, tanto in voga negli anni Sessanta.

Durante la proiezione, un ragazzo in sala mi ha detto “Facile, però, fare il regista con un cast così!”..e come dargli torto? Il cast è semplicemente sensazionale.
Il binomio Pitt-Di Caprio è più che vincente: trasuda lealtà, amicizia e ironia. Al Pacino, Michael Madsen, Emile Hirsche e Luke Perry -seppur in ruoli minori- consacrano il proprio talento, ma è Margot Robbie nei panni della bella Sharon Tate ad incantare. Una Margot Robbie dolce, poetica, alle volte ingenua, ma sempre sensuale, dal cui sguardo lascia trapelare tutta l’aspirazione e i sogni di una giovane attrice.

Margot Robbie in C'era una volta a... Hollywood
Margot Robbie è Sharon Tate

Tra colori sgargianti, melodie vivaci e una leggera nostalgia, C’era una volta a… Hollywood, più che un film, appare un omaggio ai film e a quel mondo controverso, seducente e magico, che era la Hollywood anni Sessanta. Quasi un “grazie” che Quentin Tarantino pronuncia sottovoce.

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